L’Oro da Bretton Woods ad oggi, in un nuovo scenario di riferimento

Oro e argento stanno beneficiando dei timori che la politica monetaria adottata dalle principali Banche Centrali internazionali possa condurre ad un incremento dell’inflazione nei mesi a venire.
Viene osservata con grande preoccupazione la dinamica dei debiti pubblici, stimati in crescita esponenziale. A questo aggiungo che va a sommarsi un robusto debito di tutto il settore privato, per cui un basso livello dei tassi d’interesse rende il metallo giallo un bene con un costo opportunità molto basso da tenere in portafoglio.
Non da ultimo, è sempre più sotto la lente la circostanza l’andamento del dollaro nel ruolo di valuta di riferimento. Come già ho avuto modo di scrivere in altri articoli, viene spesso riscontrato che esiste una correlazione che potremmo sintetizzare con “il dollaro si svaluta e l’oro si rivaluta”.
In tutto questo, un capitolo importante nello scenario mondiale è dato dalla Cina.

Pechino detiene una riserva in dollari di circa 2000 miliardi in valuta, ed oggi si sta ponendo seriamente il problema se questa possa garantire un valore stabile in futuro; è quindi dal 2003 che procede gradualmente ad un aumento delle scorte di metallo giallo, da 454 tonnellate a 1054 circa, con l’obiettivo di arrivare a 6000 tonnellate nel giro dei prossimi cinque anni.
Quindi il fenomeno che si sta vivendo è sintetizzabile in un sistema, dato dalle Banche Centrali che è tornato ad essere soggetto compratore e non venditore di metallo giallo. Anche India e Mauritius, ad esempio, che negli anni ottanta erano nei confronti del metallo in questione venditori, oggi invece sono acquirenti. Se facciamo un salto ancora indietro, negli anni settanta, l’oro ha perso la sua funzione di àncora nel mondo delle valute, proprio con la fine del sistema valutario di Bretton Woods, che ha sancito la fine dello standard aureo.
A suo tempo l’ex Governatore della FED Laurence Meyer affermava che “l’idea era quella di instaurare regole del gioco semplici e solide e la regola diceva che il denaro doveva essere coperto dall’oro, in modo tale che sostanzialmente fosse l’oro a determinare la quantità di denaro ed il livello dei prezzi”; insomma “l’idea della parità aurea si proponeva di eliminare l’arbitrarietà. la gente voleva una valuta stabile e il Governo doveva tenersi fuori …”.
Ma poi dagli anni settanta i Governi hanno avuto mano libera ed in questo scenario non tutte le Banche Centrali si sono potute comportare allo stesso modo. A esempio la FED oltre ad avere l’obiettivo di contenere la sua inflazione ha l’arduo compito di garantire una generale stabilità economica, a differenza di altre banche Centrali che hanno un’operatività molto più locale/regionale.
E allora torniamo a quanto dicevamo, al fatto che il metallo giallo e l’argento, che gode anche dei benefici della ripresa economica come materia prima industriale, beneficieranno delle politiche monetarie delle Banche Centrali.
Questa riflessione, di illustri uffici studi internazionali, pare determinata dallo stesso modello di finanziamento dei pacchetti a sostegno dell’economia, che costringe la FED a corrispondenti finanziamenti con emissioni di liquidità. A queste corrispondono l’incrementarsi dei debiti statali, e tanto più la politica monetaria corrispondente comporterà aumenti dei tassi nel medio/lungo periodo. I conseguenti aumenti dei debiti degli Stati si ripercuotono, però, su l’incremento delle uscite per il pagamento degli interessi (a tassi verosimilmente più alti, come è facile intuire per il surriscaldarsi dell’economia). Quindi con scenari di tassi d’inflazione prospettivamente crescenti ed una difficile gestione dei debiti da interessi, la prospettiva per una valuta americana più debole, pare essere il male minore. Tutto questo come sappiamo va a vantaggio del metallo giallo, un clima ottimale, unitamente all’atteggiamento di acquirenti come le stesse banche Centrali di cui dicevamo.

Al lettore le proprie conclusioni, la comune logica credo possa essere d’aiuto. Un’ultima cosa, che credo valga la pena tenere presente in un’ottica di diversificazione di portafoglio, tra il breve il medio ed il lungo periodo: rispetto a gli asset azionari come lo S&P500 americano, la correlazione dell’oro è stata misurata come pari a 0,1 quando quella con il petrolio è ben lo 0,5. Teniamo presente che la forbice può variare tra 1 e -1, tra la massima correlazione ed al contrario quella che viene detta la correlazione inversa.

Liquidabilità, focus su immobili e qualsiasi altra forma di asset

Prediligere lo spostamento nel tempo dei propri asset su gli immobili può considerarsi sicuramente interessante, ma se andiamo ad analizzarlo è paragonabile a tanti altri.

In un’ottica di corretta pianificazione delle proporzioni patrimoniali (ndr “liquidità/riserva/investimento/sicurezza”) ritengo sia una parte importante dell’asset complessivo di un individuo o di un nucleo familiare, anzi quella che per valore ha la maggiore percentuale; se diciamo complessivo, vuol dire però che non è l’unica forma: ogni attività va distribuita lungo le specifiche, rispettive tempistiche di redditività ottimale, con la massima attenzione alle corrispondenti esigenze di liquidabilità personale, in relazione a gli impegni di vita pianificati.

Per questo è doveroso fare alcune precisazioni sull’opportunità di impiegare ingenti disponibilità su asset immobiliari, che vivono un loro virtuosismo solo nel momento in cui ne sono una parte, seppur importante, con la coscienza e la consapevolezza della tempistica media di liquidabilità, di messa a vendita a valore di mercato. Soltanto in fase di realizzazione, quindi al momento della vendita, è possibile fare un calcolo della redditività ottenuta.

Per gli immobili può accadere, infatti, che gli si attribuiscano valutazioni di un certo tipo, ma queste non rappresentano un “prezzo” formato, dato che può accadere che non è presente un acquirente disposto a pagarlo: in pratica, quel valore non rappresenta un “prezzo”, l’incontro tra domanda e offerta non si è realizzato: ecco che così si deve procedere ad una “svendita” oppure ad una “non vendita”; viene a presentarsi quello che possiamo definire un problema di liquidabilità, che dobbiamo necessariamente contemperare rispetto alla redditività economica del bene stesso, dato che pensare a un bene che abbiamo pagato 50, che diciamo che vale 100, ma la negoziabilità dello stesso ci assicura 70, porta verso un trade-off decisionale che possiamo delineare soltanto in relazione alla personale necessità di realizzare un fabbisogno di cassa, pena la ricerca di fonti liquide più o meno onerose.

Quindi ecco presentarsi ciò che accennavo come “il problema della liquidabilità di un investimento”, fondamentale, perchè monetizzare è al centro di ogni progetto di soddisfazione dei bisogni.

Tale problematica allo stesso modo si viene a presentare per altre forme di utilizzo del denaro: vedi i titoli che “non hanno mercato”, perchè poco liquidi e quindi vendibili solo a prezzi inferiori alla quotazione; oppure nel caso di forme di accantonamento assicurative che vengono collocate presso i risparmiatori e per le quali le Compagnie di assicurazione riescono a fornire quasi sempre un valore nominale, ma spesso lontano da quello di smobilizzo, a causa di “improbabili” meccanismi contrattuali, nonostante si presume siano stati condivisi in sede di sottoscrizione.

Quindi prima di tornare alla disamina di alcuni importanti altri aspetti della redditività degli immobili, ritengo fondamentale porre l’attenzione sulla liquidabilità oggettiva in qualsiasi momento, ai prezzi di mercato dichiarati, per qualsiasi forma di utilizzo si voglia prendere in considerazione; questo è un concetto essenziale che qualsiasi risparmiatore dovrebbe percorrere, e per questo deve essere ben assistito. Ritengo siano finiti, o stiano finendo, i tempi di scarsa trasparenza nel collocamento di asset presso i risparmiatori.

Quindi è sempre importante tener presente che un asset:

– sia liquidabile nella sua natura contrattuale

– sia poi negoziabile al “giusto” prezzo nominale espresso (ci sia mercato)

– conservi l’opportunità economica a rimanere in portafoglio; bisogna conoscerne le caratteristiche tecnico-contrattuali nello specifico.

La parte centrale dell’articolo sono gli immobili, che nella proprietà fisica, come beni tangibili e da amministrare spesso in prima persona, evidenziano alcune problematiche anche su altri aspetti.

Le prospettive di crescita di valore di un immobile possono considerarsi buone, ma questa attività se fatta di persona comporta un discreto impegno, che deve essere continuo e sotto certi punti di vista potrebbe anche non essere perfettamente conciliabile con quello che si può pensare a prima vista con un’idea di “flusso di reddito”.

Secondo studi effettuati (fonte Etf Securities), gli immobili negli ultimi 10 anni sono al terzo posto per redditività annualizzata in dollari a livello globale; mentre al primo posto troviamo il metallo giallo, al secondo le obbligazioni, al quarto il cash e all’ultimo le azioni Usa.

La più immediata forma di “messa a reddito” per un immobile è spesso individuata dai più nella locazione; in quest’ottica va portata avanti l’analisi, accanto alla prospettiva di rivalutazione dell’immobile e al valore dei flussi monetari dei canoni netti percepibili. Poi conviene aggiungere alcuni fattori specifici dell’immobile, come le caratteristiche fisiche, l’ubicazione, la solvibilità del locatario, così come la durata del contratto di locazione ed il contesto legislativo, non da ultimo.

E’ importante soffermarsi sulle voci attive in ragione della somma degli affitti percepiti o percepibili e sulla rivalutazione nel tempo dell’immobile stesso, insieme al fatto di ricevere nel tempo una gratificazione personale per il possesso; è doveroso considerare anche la manifestazione di voci passive come le spese di manutenzione, le spese condominiali, le tasse, con un’inevitabile evoluzione normativa; non si deve sottovalutare il costo per il finanziamento bancario, spesso necessario per l’acquisto dell’immobile e che ammonta che incide per qualche punto percentuale: tutte queste voci vanno sottratte alla redditività ottenibile, cioè alle poste positive.

Spesso ci si viene a trovare di fronte a troppi vincoli, troppe tasse e prezzi mediamente sopravalutati, proprio come le altre attività finanziarie, quando si dice che si è in momenti di “bolla speculativa”: in acquisto, già un 10% viene ad essere pagato tra imposta di registro, catastale e ipotecaria, oltre alle commissioni di intermediazione di presunte agenzie cui spesso ci si è costretti a rivolgersi; proprio nei caso di locazione, non di rado ci si imbatte nel grosso problema di non riuscire a liberarsi dell’inquilino occupanti.

Problematiche del genere dovrebbero far riflettere e far propendere a forme di locazioni a carattere commerciale, così sembra consiglino gli esperti per riuscire a spuntare anche canoni più alti e spesso con un minor deterioramento nel tempo dell’immobile.

Certo è che la redditività media, sempre secondo gli esperti di questo settore, pare non riesca a superare il 3% lordo annuo. Gli immobili hanno la capacità a rivalutarsi mediamente in modo più o meno omogeneo e trasversale, ma con differenze nelle varie tipologie: in questo differiscono abbastanza da altri modelli di impiego del patrimonio, perchè la loro gestione è affrontabile quasi da tutti, senza specifiche conoscenze tecniche, anche se l’evoluzione normativa richiede comunque attenzione; infatti nel caso di impieghi finanziari, molto conta la qualità dell’interlocutore e quindi le scelte che si fanno nel tempo. Non è soltanto mio parere, ma fanno seriamente la differenza; nel modo finaziario i titoli a reddito variabile, a reddito fisso ed anche oro e commodities come abbiamo visto, riescono a battere molto spesso i valori di performance degli immobili, nel lungo periodo, e con un calcolo annualizzato.

Il risultato complessivo della tenuta del patrimonio immobiliare, come la stessa liquidabilità cambia spesso in base al prestigio e alla location; per cui immobili di prestigio hanno quotazioni che si discostano dalla media, così come nell’ambito della finanza le valorizzazioni ed i risultati non sono assolutamente tutti uguali, dal nostro canto si è parlato comunque di medie a livello mondiale.

Oro nel nuovo scenario: tra diversificazione e rifugio

Come non prestare attenzione al principale dei metalli preziosi, in una fase congiunturale come quella che stiamo vivendo!

Il suo connotato tipico è quello di avere una duplice caratteristica:

  • quella di avere veste di indice vero e proprio, capace di anticipare l’andamento di inflazione e tassi di mercato
  • quella di forma ordinaria di utilizzo del capitale, decorrelata dalle principali asset class d’investimento,  caratteristica confermata dalle classiche metriche della modern portfolio theory.

Quindi l’oro sembra essere molto più di un semplice “bene rifugio”, come spesso si usa dire:

  1. realizza incrementi positivi, a volte sensibili, quando il mercato azionario e obbligazionario sono in sofferenza (decorrelazione): è caratterizzato da una bassa dipendenza da questi. Infatti, studi realizzati da economisti del Credit Suisse hanno riscontrato che il prezzo dell’oro tende a crescere circa del 20% l’anno quando ci si trova in fasi congiunturali con tassi reali vicini lo zero (tassi reali su i Fed fund)
  2. presenta una relazione inversa (decorrelzione) con il biglietto verde, per cui quando tale valuta è sotto pressione (scende), la rispettiva quotazione dell’oro sale; come se il dollaro forte implicasse, di fatto, vendite sull’oro e viceversa
  3. gli viene poi attribuita la non secondaria vocazione di indicatore, cioè  fa capire in anticipo il futuro andamento di inflazione e tassi di mercato (cfr. “Oro indicatore affidabile per inflazione e tassi d’interesse” di questo sito).

Quindi in un’ottica di bilanciamento delle proprie disponibilità investite,  anche a colui che è meno esperto potrebbe balzare all’occhio, che a parità di rischio sopportato, l’utilizzo di una bassa correlazione aumenta  proporzionalmente il rendimento complessivo e viceversa: vuol dire in pratica aumentarne l’efficienza dell’investimento, senza citare chissà quale teoria di portafoglio.

Non dimentichiamo però che il metallo giallo è la principale riserva, asset negoziabile dalle banche Centrali di tutto il mondo e rappresenta inoltre un’importante materia prima per la realizzazione dei semiconduttori. La prima circostanza delle due, potrebbe però portare, in periodi di instabilità come quelli odierni, ad una vendita più pronunciata delle riserve auree da parte delle stesse Banche Centrali e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel disperato tentativo di finanziare la sostenibilità dei bilanci statali.  Inoltre i dati della BCE (Banca Centrale Europea) per l’anno 2008, ci dicono che le vendite sono state poco significative; anche questo potrebbe non deporre a favore del metallo giallo per il 2009. Per finire, i dati storici dell’oro evidenziano che le quotazioni, tra rialzi e ribassi, hanno un’ampiezza di circa sei/sette anni. Quindi soltanto la sua qualifica di “bene rifugio” o “porto sicuro” che dir si voglia, potrebbe lasciar presagire momenti soltanto positivi per i prossimi anni.

Una buona pianificazione, nel perseguire l’obiettivo di diversificare il patrimonio rispetto alle altre asset class più tradizionali,  può facilmente utilizzare i cosiddetti ETC (Echanged Traded Commodities). Questi strumenti replicano passivamente la performance della materia prima o degli indici di materie prime a cui fanno riferimento, rientrando a pieno merito nella famiglia dei “cloni” (cfr. def. Borsa Italiana) e sono perfettamente liquidabili e negoziati in Borsa come azioni. Rispetto al bene fisico hanno maggiore facilità di utilizzo, quindi una trattazione trasparente; nel caso delle monete d’oro o dei lingotti lo scambio potrebbe subire condizionamenti, per il fatto che il prezzo potrebbe  scontare effetti distorsivi,  sia per lo stesso contenuto in oro puro dell’oggetto, sia per la domanda e l’offerta del bene specifico di cui si sta trattando.

Oro: indicatore affidabile per inflazione e andamento tassi d’interesse

Il prezzo dell’oro è l’indicatore che probabilmente meglio di tutti è capace di “anticipare” l’andamento futuro dell’inflazione, dei tassi di mercato e quindi dell’andamento del mercato obbligazionario.

Se fate mente locale e ricordate alcuni frangenti della nostra storia economica:

1. all’inizio degli anni settanta, quando il rapporto fisso tra dollaro ed oro fu decretato concluso dal governo americano, l’oro iniziò a salire e continuò a salire per tutto il decennio. In quel periodo infatti abbiamo avuto un decennio di inflazione elevata e tassi in salita.
2. all’inizio degli anni ottanta, quando Volker diventò governatore della FED ed iniziò la sua battaglia contro l’inflazione, l’oro iniziò a scendere rispetto la quotazione di 850 $ l’oncia raggiunta nel gennaio 1981. E continuò a restare debole per tutti gli anni ottanta e novanta.
3. dal 2001, l’oro ha ripreso a crescere. Infatti è così che negli ultimi anni, sono tornati a crescere anche i tassi di interesse e le paure di inflazione.

Anche nel breve periodo, l’oro mantiene intatte queste sua capacità di “anticipare” l’andamento futuro dell’inflazione e dei tassi di mercato.

Se arriviamo ai nostri giorni, nelle ultime settimane, l’oro ha ripreso a salire. Questo può avere grandi ripercussioni su tassi, inflazione e mercato obbligazionario.