Etf di seconda, terza generazione oppure tradizionali prodotti gestiti?

Un ETF è un fondo, scambiato sul mercato come una normale azione. Il patrimonio di questo fondo è investito in un paniere di titoli corrispondente ad un benchmark.

Un’azione, invece, è la frazione minima del capitale sociale di un’azienda. ll possesso di azioni implica la partecipazione all’attività della società e la riscossione di una parte dell’utile della società (dividendi). Un’obbligazione altro non è che un debito che l’investitore acquista. Comprando questo debito, ha diritto di ricevere pagamenti periodici a titolo di interesse ed il rimborso del capitale a scadenza.

Quando si acquista una singola obbligazione o azione ci si lega fortemente all’emittente, all’azienda e alle sue vicende. Fino a che tale emittente resterà solvente, si incasseranno gli interessi e si riceverà il capitale a scadenza, se parliamo di un’obbligazione. Oppure con un’azione si godranno i diritti di azionista con le rivalutazioni e svalutazioni.

Quando si acquista un titolo obbligazionario decennale, dopo cinque anni questo sarà un titolo quinquennale. Dopo nove, sarà un titolo annuale e così via. Riguardo ad un ETF, invece, la cosa è diversa: investe in un paniere di azioni o di obbligazioni in modo da replicare il benchmark. Se, ad esempio, il benchmark è un gruppo di titoli di stato decennali (obbligazioni), l’ETF dopo cinque, dieci, quindici anni sarà sempre un ETF con in portafoglio titoli di stato decennali. Infatti, ad intervalli regolari l’ETF cede le obbligazioni in portafoglio e le sostituisce con nuovi titoli decennali, in modo da mantenere costante la duration.

L’industria della finanza ha dato alla luce ad ulteriori Etf, con lo scopo di aumentare la raffinatezza della gestione nel tempo, ma avvicinandosi via via a quello che già in precedenza esisteva, il fondo comune d’investimento.

Infatti vengono definiti Etf di seconda generazione quelli che applicano dei modelli di scelta dei titoli che non vanno a replicare soltanto il benchmark, ma che valutano i cosiddetti fondamentali delle aziende rappresentate dai titoli. Un passo in avanti dalla filosofia di base dello strumento Etf, che vedeva la replicazione del benchmark come punto di forza, capace di assicurare un bassissimo costo di gestione, proprio per la sua assoluta assenza di attività di gestione. In pratica il passo in avanti ha cominciato a produrre così un più marcato avvicinamento ai fondi comuni d’investimento, peculiari per una spiccata attività di gestione, più o meno attiva,e quindi con costi gestionali superiori.

Il mercato degli operatori, come per tutti i prodotti da commercializzare, ha però bisogno di differenziare il prodotto “forse” proprio in un’ottica marketing. Un po’ per questo, ma anche per aumentarne la raffinatezza gestionale, vengono alla luce gli Etf di terza generazione. Questi strumenti sono molto distanti dai loro antenati Etf (di prima generazione), i fondi indice. Infatti nel caso di quelli di terza generazione il modello matematico di gestione include, oltre ai fondamentali, anche fattori relativi al potenziale di crescita, al rischio, al sentiment ed a molte altre variabili di mercato.

A questo punto, snaturato dell’originale assenza gestionale, l’Etf di terza generazione si avvicina, nel concetto e nella pratica, al fondo comune d’investimento. Conserva sicuramente una caratteristica di maggiore economicità commissionale nella gestione, ma ci potremmo domandare quale sia veramente il vantaggio rispetto ai vecchi cugini. L’aspetto economico è importante, ma ci si affida ad un modello gestionale complesso, che al pari di quello di un team che gestisce un fondo comune, con i suoi i limiti oppure i suoi plus insiti nelle capacità e nelle diversità dei team, con l’applicazione di modelli e le varie conoscenze nella gestione. Non dobbiamo dimenticare una lunga tradizione ed una estrema professionalità di alcune case di gestione: vantano performances eccellenti, superiori per valore e continuità, a qualsiasi benchmark puro e semplice.

Forse il risparmio gestito vive soltanto il proprio limite nella necessità di remunerare le reti di vendita di banche o SIM, limite che potrebbe essere un vantaggio nella misura in cui tale costo sia in grado di assicurare una reale consulenza all’investitore, vantaggio competitivo nell’analisi delle esigenze, al di là della semplice scelta qualitativa degli strumenti.

Questo è un tema molto ampio e complesso, che va oltre l’applicazione dell’impianto normativo della Mifid, ma che lo rispecchia sicuramente. La problematica va calata, a parer mio, soprattutto sulla professionalità e sulle conoscenze dell’interlocutore con cui il risparmiatore/investitore si trova ad avere a che fare. Fin quando la sua remunerazione è fortemente vincolata al prodotto oppure alle asset class che colloca, il conflitto d’interesse avrà sempre la meglio.

Se la consulenza pura può rappresentare il punto di arrivo, ma a parer mio solo ideale, nella pratica operativa sganciare il consulente dalle sole provvigioni di collocamento o gestionali, assicurandogli un rapporto lavorativo più stabile ed alle dirette dipendenze dell’intermediario, può essere per l’investitore uno step accettabile di affidabilità comportamentale dello stesso. Il tutto a patto che ci sia sempre una verifica del bagaglio culturale e tecnico del proprio interlocutore, che opera per l’intermediario con cui ci si relaziona.

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Bilancio statale, bilancio d’impresa

In un momento di crisi finanziaria, qualsiasi Paese, ha a che fare con una situazione che si caratterizza in larga misura per un’emergenza degli strumenti monetari, quindi dei crediti. Vediamo perchè.

Nell’attivo del bilancio di uno Stato ci sono i beni materiali ed il patrimonio in denaro (M1, M2, M3 più gli investimenti finanziari in denaro); tra le passività troviamo il patrimonio netto ed i debiti dello Stato, di qualsiasi natura.

La crisi comporta una situazione d’emergenza per quanto riguarda proprio gli strumenti monetari e gli investimenti in denaro dell’attivo, che vengono così a scendere, e per cui ne subiscono le conseguenze anche gli stessi crediti con cui sono controfinanziati.

A questo punto, come un’azienda privata che ha il suo bilancio che obbedisce alle stesse regole, si crea la necessità di vendere i beni materiali del patrimonio, come qualsiasi debitore. Ma la conseguenza, a questo punto, è che il patrimonio netto si assottiglia a sua volta per il crollo del valore dei beni patrimoniali stessi. A farne le spese è il PIL del Paese che così scende: infatti le aziende sono costrette a ridurre il proprio costo del lavoro, dato che si riduce il patrimonio netto. Dall’altra parte ci sono quindi i consumatori che hanno più difficoltà ad accedere al credito; quindi come risultato ultimo si innesca un calo dei consumi e degli investimenti lordi delle aziende, che determina a catena un calo del PIL dell’intero Paese.

Quali sono le manovre che il sistema può portare avanti?

Le Banche Centrali, preposte a gli equilibri del sistema, sono costrette ad aumentare l’offerta di moneta mediante operazioni nel settore degli investimenti: acquisto di obbligazioni ad esempio. Questo ha l’effetto di stabilizzare il mercato dei capitali ed aumentare di nuovo la quantità di denaro in circolazione, che serve a compensare il calo di domanda di beni di consumo. Da non considerare marginale in tutto questo è che di norma, questa domanda finale, viene incentivata anche con un intervento dei Governi, mediante un aumento della spesa statale, che incentiva occupazione e consumi.

Liquidabilità, focus su immobili e qualsiasi altra forma di asset

Prediligere lo spostamento nel tempo dei propri asset su gli immobili può considerarsi sicuramente interessante, ma se andiamo ad analizzarlo è paragonabile a tanti altri.

In un’ottica di corretta pianificazione delle proporzioni patrimoniali (ndr “liquidità/riserva/investimento/sicurezza”) ritengo sia una parte importante dell’asset complessivo di un individuo o di un nucleo familiare, anzi quella che per valore ha la maggiore percentuale; se diciamo complessivo, vuol dire però che non è l’unica forma: ogni attività va distribuita lungo le specifiche, rispettive tempistiche di redditività ottimale, con la massima attenzione alle corrispondenti esigenze di liquidabilità personale, in relazione a gli impegni di vita pianificati.

Per questo è doveroso fare alcune precisazioni sull’opportunità di impiegare ingenti disponibilità su asset immobiliari, che vivono un loro virtuosismo solo nel momento in cui ne sono una parte, seppur importante, con la coscienza e la consapevolezza della tempistica media di liquidabilità, di messa a vendita a valore di mercato. Soltanto in fase di realizzazione, quindi al momento della vendita, è possibile fare un calcolo della redditività ottenuta.

Per gli immobili può accadere, infatti, che gli si attribuiscano valutazioni di un certo tipo, ma queste non rappresentano un “prezzo” formato, dato che può accadere che non è presente un acquirente disposto a pagarlo: in pratica, quel valore non rappresenta un “prezzo”, l’incontro tra domanda e offerta non si è realizzato: ecco che così si deve procedere ad una “svendita” oppure ad una “non vendita”; viene a presentarsi quello che possiamo definire un problema di liquidabilità, che dobbiamo necessariamente contemperare rispetto alla redditività economica del bene stesso, dato che pensare a un bene che abbiamo pagato 50, che diciamo che vale 100, ma la negoziabilità dello stesso ci assicura 70, porta verso un trade-off decisionale che possiamo delineare soltanto in relazione alla personale necessità di realizzare un fabbisogno di cassa, pena la ricerca di fonti liquide più o meno onerose.

Quindi ecco presentarsi ciò che accennavo come “il problema della liquidabilità di un investimento”, fondamentale, perchè monetizzare è al centro di ogni progetto di soddisfazione dei bisogni.

Tale problematica allo stesso modo si viene a presentare per altre forme di utilizzo del denaro: vedi i titoli che “non hanno mercato”, perchè poco liquidi e quindi vendibili solo a prezzi inferiori alla quotazione; oppure nel caso di forme di accantonamento assicurative che vengono collocate presso i risparmiatori e per le quali le Compagnie di assicurazione riescono a fornire quasi sempre un valore nominale, ma spesso lontano da quello di smobilizzo, a causa di “improbabili” meccanismi contrattuali, nonostante si presume siano stati condivisi in sede di sottoscrizione.

Quindi prima di tornare alla disamina di alcuni importanti altri aspetti della redditività degli immobili, ritengo fondamentale porre l’attenzione sulla liquidabilità oggettiva in qualsiasi momento, ai prezzi di mercato dichiarati, per qualsiasi forma di utilizzo si voglia prendere in considerazione; questo è un concetto essenziale che qualsiasi risparmiatore dovrebbe percorrere, e per questo deve essere ben assistito. Ritengo siano finiti, o stiano finendo, i tempi di scarsa trasparenza nel collocamento di asset presso i risparmiatori.

Quindi è sempre importante tener presente che un asset:

– sia liquidabile nella sua natura contrattuale

– sia poi negoziabile al “giusto” prezzo nominale espresso (ci sia mercato)

– conservi l’opportunità economica a rimanere in portafoglio; bisogna conoscerne le caratteristiche tecnico-contrattuali nello specifico.

La parte centrale dell’articolo sono gli immobili, che nella proprietà fisica, come beni tangibili e da amministrare spesso in prima persona, evidenziano alcune problematiche anche su altri aspetti.

Le prospettive di crescita di valore di un immobile possono considerarsi buone, ma questa attività se fatta di persona comporta un discreto impegno, che deve essere continuo e sotto certi punti di vista potrebbe anche non essere perfettamente conciliabile con quello che si può pensare a prima vista con un’idea di “flusso di reddito”.

Secondo studi effettuati (fonte Etf Securities), gli immobili negli ultimi 10 anni sono al terzo posto per redditività annualizzata in dollari a livello globale; mentre al primo posto troviamo il metallo giallo, al secondo le obbligazioni, al quarto il cash e all’ultimo le azioni Usa.

La più immediata forma di “messa a reddito” per un immobile è spesso individuata dai più nella locazione; in quest’ottica va portata avanti l’analisi, accanto alla prospettiva di rivalutazione dell’immobile e al valore dei flussi monetari dei canoni netti percepibili. Poi conviene aggiungere alcuni fattori specifici dell’immobile, come le caratteristiche fisiche, l’ubicazione, la solvibilità del locatario, così come la durata del contratto di locazione ed il contesto legislativo, non da ultimo.

E’ importante soffermarsi sulle voci attive in ragione della somma degli affitti percepiti o percepibili e sulla rivalutazione nel tempo dell’immobile stesso, insieme al fatto di ricevere nel tempo una gratificazione personale per il possesso; è doveroso considerare anche la manifestazione di voci passive come le spese di manutenzione, le spese condominiali, le tasse, con un’inevitabile evoluzione normativa; non si deve sottovalutare il costo per il finanziamento bancario, spesso necessario per l’acquisto dell’immobile e che ammonta che incide per qualche punto percentuale: tutte queste voci vanno sottratte alla redditività ottenibile, cioè alle poste positive.

Spesso ci si viene a trovare di fronte a troppi vincoli, troppe tasse e prezzi mediamente sopravalutati, proprio come le altre attività finanziarie, quando si dice che si è in momenti di “bolla speculativa”: in acquisto, già un 10% viene ad essere pagato tra imposta di registro, catastale e ipotecaria, oltre alle commissioni di intermediazione di presunte agenzie cui spesso ci si è costretti a rivolgersi; proprio nei caso di locazione, non di rado ci si imbatte nel grosso problema di non riuscire a liberarsi dell’inquilino occupanti.

Problematiche del genere dovrebbero far riflettere e far propendere a forme di locazioni a carattere commerciale, così sembra consiglino gli esperti per riuscire a spuntare anche canoni più alti e spesso con un minor deterioramento nel tempo dell’immobile.

Certo è che la redditività media, sempre secondo gli esperti di questo settore, pare non riesca a superare il 3% lordo annuo. Gli immobili hanno la capacità a rivalutarsi mediamente in modo più o meno omogeneo e trasversale, ma con differenze nelle varie tipologie: in questo differiscono abbastanza da altri modelli di impiego del patrimonio, perchè la loro gestione è affrontabile quasi da tutti, senza specifiche conoscenze tecniche, anche se l’evoluzione normativa richiede comunque attenzione; infatti nel caso di impieghi finanziari, molto conta la qualità dell’interlocutore e quindi le scelte che si fanno nel tempo. Non è soltanto mio parere, ma fanno seriamente la differenza; nel modo finaziario i titoli a reddito variabile, a reddito fisso ed anche oro e commodities come abbiamo visto, riescono a battere molto spesso i valori di performance degli immobili, nel lungo periodo, e con un calcolo annualizzato.

Il risultato complessivo della tenuta del patrimonio immobiliare, come la stessa liquidabilità cambia spesso in base al prestigio e alla location; per cui immobili di prestigio hanno quotazioni che si discostano dalla media, così come nell’ambito della finanza le valorizzazioni ed i risultati non sono assolutamente tutti uguali, dal nostro canto si è parlato comunque di medie a livello mondiale.

Strumenti illiquidi: la Consob è per trasparenza e correttezza

Fino ad oggi questi strumenti avevano regole meno stringenti soprattutto se paragonati ad altri prodotti d’investimento, come i fondi comuni d’investimento.

A soccorrere a questa indiscutibile anomalia viene in soccorso la Comunicazione Consob n. 9019104 del 2 marzo 2009, per quanto riguarda la regolamentazione per la clientela retail.

L’intervento fatto dalla Consob fa chiarezza in tal senso. Infatti gli intermediari dovranno scomporre il complessivo esborso finanziario del cliente, alla sottoscrizione di uno strumento illiquido, proprio nelle sue diverse variabili. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Secondo la Comunicazione Consob, la novità essenziale consiste nel fatto che l’intermediario dovrà porre in essere tutte quelle misure che servono a trasferire chiaramente al cliente:

  • le modalità di liquidazioni dello strumento e le eventuali difficoltà

  • gli effetti che si possono generare dalla liquidazione, dal punto di vista dei costi e dei tempi.

Quindi, in linea con quanto detto, l’intermediario dovrà porsi il problema di indicare al cliente, nel momento in cui propone al cliente uno di questi prodotti illiquidi, anche una serie di prodotti cosiddetti succedanei, per quanto riguarda i costi di sottoscrizione.

Emissioni bancarie a doppia AA

Il focus su questo argomento riguarda tre punti:

– la crisi subprime

– il contesto di mercato

– le opportunità da prendere in considerazione

Sicuri del fatto che i bond indicizzati hanno vizi e virtù per i sistemi Banche/SIM e per i risparmiatori, tornano in questo momento alla ribalta per essere un’opportunità per chi investe il proprio denaro. Parlo di vizi, perchè sono stati, e lo sono ancora, una buona fonte di guadagno per Banche/SIM, grazie ai meccanismi di struttura che garantiscono il capitale a scadenza e l’indicizzazione ai mercati/titoli di riferimento; dico virtù per i risparmiatori, perchè con la crisi subprime che ha colpito i mercati sono un’ottima ancora di salvezza, quindi ben remunerano il rischio, per così dire pagato, rispetto all’inefficienza del mercato dei tassi.

Le banche a doppia AA sono costrette a pagare tassi alti per farsi prestare denaro con l’emissione dei bond, per i motivi del credito già detto; a questo aggiungiamo che non utilizzano, in questi prodotti strutturati, meccanismi che esaltano la sensibilità del paniere all’eventuale rally delle borse.

Quindi esiste oggi l’opportunità di guardare il Mot e il Tlx dove questi titoli sono quotati; vivono un discreto sconto per le scadenze a breve. Il mercato vive un’inefficienza, data da un Euribor troppo elevato, rispetto ai tassi dei bond di medio-lungo termine. Se mettiamo insieme questi fattori e dopo un’attenta valutazione con un consulente di fiducia, potrebbe valere la pena mettere in portafoglio quelli a sconto, il che vuol dire guadagnarci in conto capitale, dato che sono rimborsati a scadenza a valore 100.

Calcolo rendimento delle obbligazioni: come fare!

Quando si sottoscrive o si acquista un titolo “alla pari”, cioè pagandolo esattamente il suo valore nominale, non sorgono problemi. Ad esempio, acquistando un titolo che paga un interesse annuo del 5% e pagandolo 100 euro per ogni 100 di valore nominale, il rendimento sarà pari al 5%. Se però acquistiamo il titolo pagandolo 102, allora il calcolo
è diverso ed un po’ più complicato.
Il tasso di rendimento, infatti, si determina attualizzando i flussi di cassa pagati dall’obbligazione, compreso il rimborso del capitale e confrontando i flussi attualizzati con il prezzo di sottoscrizione.
Esempio: un titolo ha scadenza tra tre anni, quando ci verrà rimborsato al valore nominale per 100 euro. In più, ogni anno, paga un interesse del 5%, cioè di 5 euro.
Il prezzo di sottoscrizione è di 102 euro.
Ora, iniziamo con l’attualizzare i flussi di cassa.
Su Excel, andiamo nel menù “inserisci” e quindi “funzione”. Nel menù che appare, andiamo su “finanziarie” e quindi “tasso”. Ora, alla voce periodi inseriamo gli anni di durata del
prestito, nel nostro caso 3. Alla voce “pagam.” inseriamo la cedola annuale, nel nostro caso 5. Alla voce “valore attuale” inseriamo invece il prezzo di sottoscrizione con il segno meno, nel nostro caso -102. Infine, alla voce “Val. Futuro” inseriamo il valore di rimborso, nel
nostro esempio 100. Clicchiamo su OK ed otteniamo il nostro risultato preciso, cioè 4,28%.

Obbligazioni: precisazione su relazione tra tassi e titoli

In relazione a quanto analizzato nel post precedente, credo sia opportuno per una corretta valutazione, sapere che il valore del titolo obbligazionario, una volta emesso sul mercato, risente dell’andamento dei tassi di interesse.
In particolare:

  1. se i tassi crescono l’obbligazione a cedola fissa diminuisce e il variabile tende a restare stabile;
  2. se i tassi diminuiscono l’obbligazione a cedola fissa acquista valore mentre il variabile resta neutro

Tutto questo ha un comprensibile impatto sul valore del portafoglio obbligazionario nel suo complesso, che tende ad avere variazioni di valore in conto capitale durante la vita dei titoli, fino alla loro scadenza.