Tutti colpevoli, nessuno colpevole: la crisi è un problema di fiducia

Il tema più attuale è proprio la crisi, ed appare tanto più evidente per il fatto che la cancrena è talmente vasta che il sistema fa quadrato e resiste: sembra che siano tutti colpevoli, ma nessuno è colpevole realmente.

A livello internazionale, il conto sarà purtroppo a carico di coloro che non hanno avuto direttamente la responsabilità di quanto sta accadendo: le aziende industriali con i cali di produzione, i lavoratori con la futura disoccupazione, i risparmiatori con le perdite, ma tutti potremmo essere portati a pagare per la più feroce delle tasse: l’inflazione.
Se a settembre 2008, al momento dell’esplosione della crisi, il sistema era diventato illiquido, il fenomeno è stato non solo della finanza ma anche delle aziende industriali che non riuscivano ad ottenere prestiti; infatti il blocco totale del mercato interbancario si è manifestato con tutti i suoi effetti: gli istituti di credito non si prestavano più tra loro il denaro e l’euribor stesso è volato. Ora che lo stress su tale tasso interbancario è sceso e il credit cruch scongiurato, il problema sarà proprio gestire l’enorme quantità di liquidità che è stato necessario (probabilmente lo sarà ancora), mettere nel sistema: evitare l’inflazione, che non è il male minore, la peggiore delle tasse.

Cosa sta accadendo in Italia, nel mondo del risparmio, dove si avverte oggi un bisogno di rinnovamento, ancor di più che nel passato?

Ancor prima della scrittura di nuove regole di controllo, da parte dei maggiori attori internazionali, appare evidente che è cessato il credito facile, le commissioni sul risparmio gestito sono in discesa, gli spread di comodo sono spariti, si fa del tutto per ristrutturare i crediti con l’obiettivo di realizzare domani quel qualcosa che si è reso oggi inesigibile perché illiquido.
Così negli ultimissimi anni si è assistito a fenomeni di trasferimento delle masse di capitali/risparmi, approdate dal risparmio gestito a strumenti strutturati della parte peggiore dei prodotti delle investment bank; questi strumenti commercialmente spinti dal mondo bancario per racimolare ricavi, oggi si trovano a vivere un irrefrenabile movimento verso i prodotti di liquidità.
Quindi, per l’industria del risparmio in Italia si affacciano importanti novità, peraltro tracciate già da tempo, ma quantomai attuali ora, dopo un 2008 che ha decretato un salasso dal risparmio gestito, pari a 140 mld di euro e l’uscita di un terzo dei patrimoni gestiti dagli hedge fund.
La Consob dovrebbe ratificare il terzo livello della normativa Mifid (normativa che regola il rapporto tra risparmiatore e istituzioni finanziarie/assicurative) per quanto riguarda la massima trasparenza, proprio sugli strumenti illiquidi.
Entro il mese di marzo del 2009 si dovrebbero mettere in atto delle piattaforme elettroniche/telematiche per consentire un contatto diretto tra il risparmiatore e l’Sgr (società di gestione del risparmio): si eliminerebbe l’attuale obbligatoria intermediazione, nelle operazioni di sottoscrizione e rimborso delle quote di fondi comuni.
La riforma fiscale dei fondi, con l’equiparazione dei gestori italiani a quelli esteri.
Si profila il tam tam del merger & acquisition dei fondi comuni e delle Sgr, che diventerà un sentiero ormai obbligatorio: razionalizzazione per raggiungere una dimensione patrimoniale minima di 30/50 mld di euro per coprire più mercati e più asset class; specializzazione, quindi meno Sgr generaliste, con meno prodotti ma di maggiore qualità, chiudendo comparti poco efficienti dal punto di vista gestionale e reddituale.
Nel rapporto con la clientela è ufficiale il decollo della consulenza indipendente, con il relativo Albo, ma gli operatori sono ancora scettici sull’esistenza di una domanda diffusa sul mercato retail e affluent dei risparmiatori, e ancor meno presente è un’offerta seria.

Insomma, il rilancio della trasparenza, dal lato aziende, e per i risparmiatori l’orientamento verso strumenti più semplici e valutabili, saranno la strada per la ripresa della fiducia.
A un livello superiore, la comunità finanziaria sta chiedendo a chiara voce di azzerare le aree ancora grigie dei bilanci, per poter ripartire e misurare correttamente anche gli interventi, che autorità e Governi si troveranno a mettere in gioco nel prossimo futuro.
Senza tutto questo, qualsiasi impegno e sforzo, seppur di enormi dimensioni, verrebbe vanificato dalla carenza di fiducia presente in ogni angolo del pianeta.

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Mifid e Lehman

Tutto parte da un piacevole scambio di battute con un giovane avvocato, durante una colazione domenicale. E’ bastato scambiare un paio di idee sulla situazione in generale, per andare subito al nocciolo della questione: l’importanza del rapporto, la trasparenza e le responsabilità che il sistema finanziario retail deve assumersi. Infatti da quelle brevi riflessioni è stato immediato il nostro collegamento, che sicuramente è di molti, di rivivere episodi già vissuti: i crack dei bonds argentini, Parmalat e Cirio.

La sostanza non cambia, un default che coinvolge una serie di interlocutori e come al solito anche il cliente finale, colui che ha sottoscritto titoli/prodotti d’investimento.
Ora però la situazione è ben diversa e per varie ragioni, vediamola da più vicino.
Per il primo dei tre episodi, le allora Agenzie di rating, avevano declassato via via i bond, con rating decrescenti. Al cliente finale, il sistema delle banche e degli intermediari spesso non aveva fatto neanche firmare la documentazione che ne attestava la riduzione del merito di credito. Questo è stato il motivo per cui sono state percorse le ben note azioni legali.

Ora cosa è cambiato con Lehman?
Innanzitutto, la citata banca d’investimento ha conservato il rating di investment grade fino alla fine, ma conveniamo tutti che è indubbio che vi fosse un sistema bancario non proprio al buio del suo coinvolgimento con i mutui sub-prime. D’altro canto i clienti avevano sicuramente fugato eventuali dubbi in merito, per il fatto che i bonds Lehman erano nella lista Patti Chiari, addirittura come titoli a basso rischio.

Con la normativa Mifid sono stati introdotti, dal mese di novembre 2007, due concetti relativi alla valutazione dell’operazione di sottoscrizione: l’appropriatezza e l’adeguatezza . Questa circostanza ha creato una frattura rispetto al passato.

Ante Mifid, la valutazione di adeguadezza della sottoscrizione del titolo/prodotto poteva essere in ogni caso avallata dalla firma del cliente, con una dichiarazione apposita. Ora con la normativa Mifid, sono possibili due forme di rapporto banca/istituzione finanziaria e cliente:

– se il rapporto è di solo collocamento, il cliente è obbligato a dichiarare se conosce il titolo/strumento d’investimento, cioè deve essere valutata l’adeguatezza dell’operazione;

– se il rapporto è di consulenza, ancor di più, l’intermediario deve raccogliere tutte le possibili informazioni del cliente, per effettuare la valutazione del profilo di rischio. Questo comporta una vera e propria responsabilità dell’intermediario, che si esprime con un vero e proprio divieto a far sottoscrivere al cliente un titolo/prodotto, qualora non corrisponda al suo profilo.

Quindi cosa dire a riguardo, in un contesto come quello di Lehman e similari? Intendo soprattutto rispetto all’adeguamento di questo duplice modello di relazione tra istituzioni finanziarie e cliente finale (collocamento/consulenza con valutazione di adeguatezza/appropriatezza).

Dico questo perchè l’intero sistema finanziario ha formalmente completato il 30 giugno di questo anno l’adeguamento per i rapporti già in essere, quindi per i titoli/prodotti già sottoscritti dai clienti. Da quanto accaduto, soprattutto per aver disatteso la trasparenza e qualità d’informazione, a mio modesto parere, dovrà scaturire un modo diverso di comportamento, che salva le istituzioni che si fanno carico dei loro dimostrabili errori di valutazione, a scapito delle altre, che in barba a tutto e tutti, vogliano ignorare l’evidenza di una relazione non sempre chiara, così come l’impianto normativo vuole.

I passi di un modello di personal financial planning

Vale la pena ricordare che un buon modello di personal financial planning si compone di poche semplici regole e di una serie di supporti da utilizzare, spesso dimenticati anche dagli addetti ai lavori.

Innanzitutto il cliente dovrebbe sempre poter scegliere il proprio piano ottimale di accantonamento e pianificare i progetti finanziari della famiglia.
A riguardo, la nuova normativa Mifid regolamenta il grado d’informazione che deve essere trasferita al cliente a seconda della tipologia di rapporto che si intende instaurare tra cliente e istituzione finanziaria; deve essere fatta una valutazione accurata in base all’esperienza e al livello di conoscenza che il cliente ha degli strumenti d’investimento che si accinge a sottoscrivere; fondamentali sono anche le corrispondenti informazioni che lo stesso cliente mette a disposizione dell’intermediario, Banca o SIM, per qualificare la tipologia di rapporto scelta (si leggano in merito gli articoli sul tema, cfr.).
Soltanto seguendo tale iter l’esperienza del consulente finanziario, può far seguire l’individuazione dei trend del mercato, che spiegati al cliente, può essere reso compliant il portafoglio, con il profilo d’investimento del cliente. Si è così pronti a fornire un portafoglio di prodotti in linea con il profilo del cliente e con gli obiettivi del progetto.
Successivamente alla sottoscrizione il portafoglio selezionato viene sottoposto ad attento monitoraggio, allo scopo di accertare che l’investimento segua l’iter di crescita pianificato.
Se necessario, nel tempo si dovrà ribilanciare la strategia di asset allocation, tenendo conto dei mutati scenari di mercato e/o delle disponibilità patrimoniali del cliente.

Quindi un sistema tipico di supporto alla pianificazione si compone di:
• un’asset allocation che determina il portafoglio tipo, composto da indici rappresentativi dei mercati azionari e obbligazionari;
• un product picking che determina l’insieme di prodotti di risparmio gestito idonei ad ottimizzare le scelte consigliate;
• un sistema di monitoraggio, controllo e ribilanciamento, che segnala il rischio di non raggiungere l’obiettivo prefissato e suggerisce le modifiche da apportare al piano di investimento.

Cliente retail nell’ottica Mifid

Facciamo un po’ di chiarezza.

E’ proprio nel caso in cui il risparmiatore/investitore usufruisce di servizi di consulenza e gestione del portafogli, sarà necessario che gli venga sottoposto un questionario di adeguatezza dell’investimento. La Mifid distingue tra cliente professionale e retail.

Soltanto il piccolo risparmiatore deve essere tutelato dal test di adeguatezza. Questo vuol dire che il promotore finanziario o l’impiegato di banca prima di proporre un prodotto deve informarsi sulla “conoscenza ed esperienza” del cliente nel settore dove viene suggerito l’investimento. Non va dimenticata la situazione finanziaria e gli obiettivi di investimento (periodo di tempo, profilo di rischio). Tutte queste informazioni fanno emergere l’adeguatezza dell’operazione: se il cliente rifiuta di fornire le informazioni rihieste, l’impiegato o il promotore dovranno astenersi dall’offerta.

Poi abbiamo il semplice esecutore. In questo caso si è al di fuori dell’obbligo di test. Siamo nell’area della “mera esecuzione o ricezione di ordini”. La Consob precisa che la mera esecuzione riguarda le azioni quotate in un mercato regolamentato, fondi d’investimento e sicav armonizzate, titoli di debito (ad esclusione di quelli che incorporano un derivato) gli strumenti finanziari non complessi. Questo è il caso che servizio deve essere prestato soltanto su iniziativa del cliente.

La Mifid traghetterà molti risparmiatori nel regno dell’execution-only

(cfr. Marco Liera Il Sole24Ore Finanza e Mercati del 4 agosto 2007)

Ma i risparmiatori dove troveranno le conoscenze e la consulenza per fare scelte consapevoli? Con l’execution-only si apre un mercato imprecisato per chi fornisce informazioni e assistenza finanziaria a distanza, ma anche per chi fisicamente assiste gli investitori nelle loro scelte di portafoglio.
Minimizzando i costi di intermediazione, i privati benestanti potrebbero essere più disposti a pagare a parte un professionista remunerato a parcella (fee-only). Soprattutto dopo che questi ultimi saranno regolamentati dalla legge. Anche questo grazie alla Mifid.

Da un articolo di Marco Liera, noto esponente della carta stampata, ho riportato uno stralcio. Nel link riportato trovate l’intero articolo.