Cambio regime fiscale fondi d’investimento italiani

Da oggi, 1 luglio 2011 entra in vigore, a seguito dell’attuazione del decreto legge n.225/10 (Decreto “Milleproroghe”), la riforma del regime fiscale dei Fondi comuni di investimento italiani.

In particolare, dal 1° luglio viene abrogato l’attuale regime di tassazione sul risultato maturato e introdotto il regime di tassazione in capo ai partecipanti al momento della percezione dei proventi (c.d “sul realizzato”). In tal modo il nuovo regime fiscale si adegua a quello previsto per gli Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio (OICR) di diritto comunitario ovvero le operazioni di rimborso e di switch tra fondi saranno considerate fiscalmente rilevanti. La SGR agirà, pertanto, da sostituto d’imposta sul capital gain generato dal disinvestimento.

Per quanto concerne gli OICR esteri, a seguito del recepimento della Direttiva 2009/65/CE (c.d. normativa UCITS IV), è previsto che, sempre a partire dal 1° luglio 2011, le conversioni (switch) fra comparti di una stessa Sicav siano considerate fiscalmente rilevanti e anche per questa fattispecie il “Soggetto Incaricato dei Pagamenti” agirà da sostituto d’imposta considerando l’operazione di switch una doppia operazione: rimborso e sottoscrizione.

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La scienza “(non) esatta” di Gonzales: andiamo verso la pianificazione degli obiettivi

La “piramide del patrimonio” è l’unica strada per una corretta analisi dei bisogni dei clienti, per correlare obiettivi/tempi/strumenti disponibili sul mercato, dopo un’accurata scelta di pianificazione (vedi articolo di questo sito http://goo.gl/r9hs “INVESTIMENTO: PIANIFICAZIONE OGGETTIVA o SEMPLICE SCOMMESSA).

Sono da sfuggire, invece, tutte le “scienze” più o meno esatte. Devono prendersi in esame le metologie sane per l’ottimale utilizzo dei parametri oggettivi di scelta, mai quei consigli del consulente del “banco di Machu Pichu”, di questo simpatico video

Euro moneta ed Euro diversità

Non siamo qui a mettere in luce i pregi della moneta unica, per quelle che sono state le motivazioni del suo venire alla luce. Soprattutto Stati come Italia, Grecia, Portogallo e Spagna che hanno potuto beneficiare di tassi più contenuti sul mercato finanziario, con l’emissione di obbligazioni a premi di rischio di poco più alti di emittenti di prim’ordine, come la Germania.

Vale quindi la pena ricordare brevemente i parametri di Maastricht: limite del 3% al rapporto tra disavanzo annuale e PIL, mai superiore al 60%; il limite dell’1,5% dell’inflazione oltre quello dei due o tre migliori Stati dell’Unione, da non superare; il tasso d’interesse di medio/lungo termine dei Titoli di Stato non deve superare il 2% rispetto ai tre migliori Stati membri.

Per i Paesi che dicevamo sopra è stato possibile accedere al sistema del credito a tassi contenuti e con facilità, ma l’opportunità che si è loro profilata, abbattere con queste “facilitazioni” l’enorme indebitamento statale, non è stata colta come auspicabile.

Infatti non hanno avuto la possibilità di aumentare la produttività come ha fatto la Germania, e i “fanalini di coda” non avendo più il campo libero delle svalutazioni del cambio per compensare gli svantaggi concorrenziali, hanno fatto esplodere i costi salariali unitari (vedi Italia e Portogallo) con contratti senza copertura e reso la vita difficile a chi esporta all’estero.

In pratica l’imperativo sarebbe il taglio dei costi e l’aumento della produttività per smarcare una bancarotta di Stato di alcuni di questi Euro Stati come la Grecia, con il crollo dell’unione monetaria. Un’ipotesi del genere, però, sarebbe scongiurata colpirebbe tutti gli Stati Euro, ed è prevista una clausola di “No-bail-Out” per cui sia l’Unione Europea, sia gli Stati membri non possono rispondere dei debiti un singolo Stato.

Più economisti hanno dichiarato di temere, in generale dall’intero sistema, maggiori svantaggi per gli Stati solidi rispetto ai vantaggi di quelli meno solidi. Esistono complesse discipline di sanzionamento, ma l’esperienza ha dimostrato che ci sono sempre scappatoie per la violazione del patto di stabiltà. La realtà potrebbe essere in caso di bisogno un intervento della Banca d’investimento Europea con un massiccio aumento del credito, oppure che sia la stessa UE a coordinare i crediti necessari, messi a disposizione dai singoli Stati membri in modo bilaterale.

La BCE, in futuro, dovrà prestare maggiore attenzione ai Paesi dell’Europa meridionale che sono economicamente più deboli e mantenere sempre i tassi a livelli contenuti. Allo stesso tempo è obbligata a tenere sott’occhio l’inflazione dell’intera Eurozona, senza poter fare ovviamente distinzioni tra le zone, tra eventuali “indisciplinati” dell’inflazione.

Etf di seconda, terza generazione oppure tradizionali prodotti gestiti?

Un ETF è un fondo, scambiato sul mercato come una normale azione. Il patrimonio di questo fondo è investito in un paniere di titoli corrispondente ad un benchmark.

Un’azione, invece, è la frazione minima del capitale sociale di un’azienda. ll possesso di azioni implica la partecipazione all’attività della società e la riscossione di una parte dell’utile della società (dividendi). Un’obbligazione altro non è che un debito che l’investitore acquista. Comprando questo debito, ha diritto di ricevere pagamenti periodici a titolo di interesse ed il rimborso del capitale a scadenza.

Quando si acquista una singola obbligazione o azione ci si lega fortemente all’emittente, all’azienda e alle sue vicende. Fino a che tale emittente resterà solvente, si incasseranno gli interessi e si riceverà il capitale a scadenza, se parliamo di un’obbligazione. Oppure con un’azione si godranno i diritti di azionista con le rivalutazioni e svalutazioni.

Quando si acquista un titolo obbligazionario decennale, dopo cinque anni questo sarà un titolo quinquennale. Dopo nove, sarà un titolo annuale e così via. Riguardo ad un ETF, invece, la cosa è diversa: investe in un paniere di azioni o di obbligazioni in modo da replicare il benchmark. Se, ad esempio, il benchmark è un gruppo di titoli di stato decennali (obbligazioni), l’ETF dopo cinque, dieci, quindici anni sarà sempre un ETF con in portafoglio titoli di stato decennali. Infatti, ad intervalli regolari l’ETF cede le obbligazioni in portafoglio e le sostituisce con nuovi titoli decennali, in modo da mantenere costante la duration.

L’industria della finanza ha dato alla luce ad ulteriori Etf, con lo scopo di aumentare la raffinatezza della gestione nel tempo, ma avvicinandosi via via a quello che già in precedenza esisteva, il fondo comune d’investimento.

Infatti vengono definiti Etf di seconda generazione quelli che applicano dei modelli di scelta dei titoli che non vanno a replicare soltanto il benchmark, ma che valutano i cosiddetti fondamentali delle aziende rappresentate dai titoli. Un passo in avanti dalla filosofia di base dello strumento Etf, che vedeva la replicazione del benchmark come punto di forza, capace di assicurare un bassissimo costo di gestione, proprio per la sua assoluta assenza di attività di gestione. In pratica il passo in avanti ha cominciato a produrre così un più marcato avvicinamento ai fondi comuni d’investimento, peculiari per una spiccata attività di gestione, più o meno attiva,e quindi con costi gestionali superiori.

Il mercato degli operatori, come per tutti i prodotti da commercializzare, ha però bisogno di differenziare il prodotto “forse” proprio in un’ottica marketing. Un po’ per questo, ma anche per aumentarne la raffinatezza gestionale, vengono alla luce gli Etf di terza generazione. Questi strumenti sono molto distanti dai loro antenati Etf (di prima generazione), i fondi indice. Infatti nel caso di quelli di terza generazione il modello matematico di gestione include, oltre ai fondamentali, anche fattori relativi al potenziale di crescita, al rischio, al sentiment ed a molte altre variabili di mercato.

A questo punto, snaturato dell’originale assenza gestionale, l’Etf di terza generazione si avvicina, nel concetto e nella pratica, al fondo comune d’investimento. Conserva sicuramente una caratteristica di maggiore economicità commissionale nella gestione, ma ci potremmo domandare quale sia veramente il vantaggio rispetto ai vecchi cugini. L’aspetto economico è importante, ma ci si affida ad un modello gestionale complesso, che al pari di quello di un team che gestisce un fondo comune, con i suoi i limiti oppure i suoi plus insiti nelle capacità e nelle diversità dei team, con l’applicazione di modelli e le varie conoscenze nella gestione. Non dobbiamo dimenticare una lunga tradizione ed una estrema professionalità di alcune case di gestione: vantano performances eccellenti, superiori per valore e continuità, a qualsiasi benchmark puro e semplice.

Forse il risparmio gestito vive soltanto il proprio limite nella necessità di remunerare le reti di vendita di banche o SIM, limite che potrebbe essere un vantaggio nella misura in cui tale costo sia in grado di assicurare una reale consulenza all’investitore, vantaggio competitivo nell’analisi delle esigenze, al di là della semplice scelta qualitativa degli strumenti.

Questo è un tema molto ampio e complesso, che va oltre l’applicazione dell’impianto normativo della Mifid, ma che lo rispecchia sicuramente. La problematica va calata, a parer mio, soprattutto sulla professionalità e sulle conoscenze dell’interlocutore con cui il risparmiatore/investitore si trova ad avere a che fare. Fin quando la sua remunerazione è fortemente vincolata al prodotto oppure alle asset class che colloca, il conflitto d’interesse avrà sempre la meglio.

Se la consulenza pura può rappresentare il punto di arrivo, ma a parer mio solo ideale, nella pratica operativa sganciare il consulente dalle sole provvigioni di collocamento o gestionali, assicurandogli un rapporto lavorativo più stabile ed alle dirette dipendenze dell’intermediario, può essere per l’investitore uno step accettabile di affidabilità comportamentale dello stesso. Il tutto a patto che ci sia sempre una verifica del bagaglio culturale e tecnico del proprio interlocutore, che opera per l’intermediario con cui ci si relaziona.

Bilancio statale, bilancio d’impresa

In un momento di crisi finanziaria, qualsiasi Paese, ha a che fare con una situazione che si caratterizza in larga misura per un’emergenza degli strumenti monetari, quindi dei crediti. Vediamo perchè.

Nell’attivo del bilancio di uno Stato ci sono i beni materiali ed il patrimonio in denaro (M1, M2, M3 più gli investimenti finanziari in denaro); tra le passività troviamo il patrimonio netto ed i debiti dello Stato, di qualsiasi natura.

La crisi comporta una situazione d’emergenza per quanto riguarda proprio gli strumenti monetari e gli investimenti in denaro dell’attivo, che vengono così a scendere, e per cui ne subiscono le conseguenze anche gli stessi crediti con cui sono controfinanziati.

A questo punto, come un’azienda privata che ha il suo bilancio che obbedisce alle stesse regole, si crea la necessità di vendere i beni materiali del patrimonio, come qualsiasi debitore. Ma la conseguenza, a questo punto, è che il patrimonio netto si assottiglia a sua volta per il crollo del valore dei beni patrimoniali stessi. A farne le spese è il PIL del Paese che così scende: infatti le aziende sono costrette a ridurre il proprio costo del lavoro, dato che si riduce il patrimonio netto. Dall’altra parte ci sono quindi i consumatori che hanno più difficoltà ad accedere al credito; quindi come risultato ultimo si innesca un calo dei consumi e degli investimenti lordi delle aziende, che determina a catena un calo del PIL dell’intero Paese.

Quali sono le manovre che il sistema può portare avanti?

Le Banche Centrali, preposte a gli equilibri del sistema, sono costrette ad aumentare l’offerta di moneta mediante operazioni nel settore degli investimenti: acquisto di obbligazioni ad esempio. Questo ha l’effetto di stabilizzare il mercato dei capitali ed aumentare di nuovo la quantità di denaro in circolazione, che serve a compensare il calo di domanda di beni di consumo. Da non considerare marginale in tutto questo è che di norma, questa domanda finale, viene incentivata anche con un intervento dei Governi, mediante un aumento della spesa statale, che incentiva occupazione e consumi.

La regola di Taylor, deflazione e inflazione

L’economista John Taylor, ha teorizzato una regola empirica, sulla scorta delle decisioni prese dalla FED (Federal Reserve, la Banca Centrale USA) riguardo le decisioni relative ai tassi su un’osservazione relativa ai venticinque anni precedenti gli anni novanta. In sostanza tale regola prevede che per ogni punto percentuale di aumento del tasso d’inflazione della Banca Centrale,  i tassi salgono di 150 bp; invece nel caso inverso i tassi scendono di 50 bp.

In un momento come quello attuale, che si caratterizza per un sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema, per un aumento della disoccupazione ed un sistema bancario (internazionale) malato, l’ipotesi di scatenare inflazione è piuttosto remota nel breve periodo, seppur le ingenti misure di quantitative easing, operate dalle Banche Centrali possano aumentarne i rischi. Infatti il Governatore Bernake, coscente di questo, “tenta” quasi disperatamente di generare inflazione in quanto la deflazione (esatto opposto dell’inflazione) va combattuta ancora prima che possa scatenare i propri effetti distorsivi. Infatti negli anni ’30, quando i prezzi scesero ed il sistema produttivo si era trovato fortemente indebitato, l’effetto fu che le imprese stesse non investirono più, perchè il calo dei prezzi rese ancora più costoso l’accesso al credito.

Ora, le banche Centrali stanno facendo a gara per lanciare programmi dal valore di miliardi per salvare l’economia, soltanto la FED si stima che metterà in bilancio 4.500 miliardi di dollari pari a un terzo del PIL. Queste inizioni di moneta che hanno dimensioni senza precedenti, generano impennate dei corsi delle obbligazioni statali per cui le curve dei rendimenti si appiattiscono. Tale situazione si allarga oltre i confini americani, per arrivare all’Europa ed alla Gran Bretagna; il differenziale dei rendimenti dei titoli a breve rispetto a quelli a lungo si riduce. Potrebbero ancora farsi strada politiche di allentamento quantitativo da parte delle Banche Centrali, di tipo diverso dalla riduzione dei tassi, che da sola non avrebbe grande utilità, infatti la regola di Taylor ne preannuncerebbe ulteriori riduzioni; si affacciano ipotesi di riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato stabilendo dei limiti massimi, sulla scorta dell’esperienza degli anni ’40 già vissuta. L’utilizzo di manovre collaterali come quelle descritte, non potrebbe comunque essere messo in atto se non prima di una ripresa della congiuntura.

Quindi in questo scenario, come in qualsiasi altro ipotizzabile, resta fondamentale il ruolo delle Banche Centrali: sempre più saranno coinvolte nella loro partecipazione a sostegno delle economie regionali, e di concerto con tutte le altre, a veicolare gli equilibri dell’economia globalizaata. L’obiettivo sarà sempre quello di avere tassi di inflazione più alti di quelli attuali, seppur contenuti, per consentire che il denaro circoli e possa essere investito e consumato. D’altro canto sempre vigili, perchè se l’inflazione diventa un pericolo, solo le manovre sui tassi possono correggerne la rotta. Del resto gli scenari sono sempre gli stessi e saranno sempre grandemente manovrabili, a patto che l’economia viva regole condivise da tutti gli attori e attuate in modo trasparente.

UCITS IV: direttiva per un mercato efficiente

Tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, entro l’1 luglio 2011, dovranno recepire la direttiva UCITS IV, approvata dal Parlamento Europeo il 13/01/2009. Questa direttiva ha l’obiettivo di creare un mercato efficiente per i fondi comuni d’investimento.

Come sappiamo nasce in un momento di profonda crisi per il risparmio gestito; un momento di crisi dell’intero sistema finanziario internazionale, questa è una direttiva che rappresenta uno dei primi concreti passi per evitare che si ripetano casi che hanno così tanto minato la trasparenza del sistema.

Non va nascosto, però, che l’evidente salasso dal risparmio gestito, avutosi nel recente passato e che già sembra assottigliare i suoi deflussi, sia dipeso in larga misura anche da una politica delle stesse reti di vendita del sistema bancario, che per la fortissima esigenza di funding, hanno operato una spinta commerciale al collocamento di obbligazioni proprie, quindi a scapito del risparmio gestito stesso.

La direttiva UCITS IV si rivolge a tutti gli OICVM (Organismi d’Investimento Collettivo in Valori Mobiliari) e vuole che questi organismi possano raggruppare e commercializzare i fondi d’investimento in modo semplice e libero all’interno dei 27 Stati, per consentire così un apprezzabile contenimento dei costi.

D’altro canto questa operatività, a livello allargato in tutti gli Stati dell’Unione Europea, proprio perché esporrà le varie aziende di quest’industria a maggiori rischi di mercato, ha reso necessario che l’Investment Management Expert Group del CESR, con a capo il Presidente della Consob Lamberto Cardia, approvasse uno specifico documento, il “Risk Management Principles for UCITS IV”. Tale documento sottolinea:

  • che la procedura di risk management dell’Organismo che fa attività trasfrontaliera sia appropriata, ma soprattutto proporzionata a dimensione, natura e complessità dello stesso e del fondo gestito

  • il background legislativo e una serie di definizioni

  • i rischi che sono rilevanti per i fondi

  • infine una sezione dedicata alle cosiddette misure di livello 3 per la gestione del rischio e suddivisa nelle sezioni di “supervisione e vigilanza”, “governance e organizzazione della procedura per il risk management”, “identificazione e misura dei rischi rilevanti”, “gestione dei rischi rilevanti” e “monitoraggio” .

Quindi si concentrerà molto lavoro su queste aziende, sia per la loro operatività, sia per la loro gestione, il tutto volto ad un maggior livello di efficienza complessiva, finalizzato ad effetti di cui ne sarà beneficiato l’investitore finale e non solo.

Vediamo in estrema sintesi come si articola la direttiva UCITS IV:

  • l’istituzione di un passaporto europeo completo, già in parte introdotto dalla direttiva UCITS III; si amplia ora con la UCITS IV, per cui l’operatività in un Paese diverso da quello di origine assume significato più ampio abbracciando quindi l’attività di collocamento e di gestione dei fondi, senza ricorrere ad alcuna forma di delega

  • semplificazione delle operazioni di notifica tra le Autority dei Paesi coinvolti nell’operatività trasfrontaliera; in questo caso, però, si prevede che la SGR in questione sia soggetta alla vigilanza prudenziale del Paese di origine e operi di conseguenza nel rispetto del Paese che la ospita

  • un’agevolata procedura nella fusione tra OICVM, sia nel caso di incorporazione, sia di costituzione di un nuovo soggetto; lo scopo è favorire l’aumento della massa gestita e la riduzione degli oneri amministrativi, favorendo così le economie di scala

  • proprio la presenza delle fusioni introduce una struttura cosiddetta master-feeder; la direttiva al fine di garantire la trasparenza di queste strutture (un fondo master ha come detentore di quote almeno un fondo feeder) prevede che il fondo master ha l’obbligo di fornire al fondo feeder informazioni e documentazioni e quest’ultimo ha il diritto a riceverli; stesse modalità sono previste anche per banche depositarie e le rispettive società di revisione

  • l’istituzione del KID (key investor document), che sostituisce il cosiddetto Prospetto Informativo per proporre all’investitore un documento effettivamente semplice, massimo due pagine in A4, per ogni fondo e per ogni singola classe, con una serie di elementi standard; si tratta delle informazioni che per l’investitore retail sono le principali e utili per poter essere in grado di prendere le decisioni d’investimento.

Approfondimenti riguardo tematiche attinenti questa direttiva, saranno trattati ancora su Finanza Previdenza e Assicurazioni.

Strumenti illiquidi: la Consob è per trasparenza e correttezza

Fino ad oggi questi strumenti avevano regole meno stringenti soprattutto se paragonati ad altri prodotti d’investimento, come i fondi comuni d’investimento.

A soccorrere a questa indiscutibile anomalia viene in soccorso la Comunicazione Consob n. 9019104 del 2 marzo 2009, per quanto riguarda la regolamentazione per la clientela retail.

L’intervento fatto dalla Consob fa chiarezza in tal senso. Infatti gli intermediari dovranno scomporre il complessivo esborso finanziario del cliente, alla sottoscrizione di uno strumento illiquido, proprio nelle sue diverse variabili. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Secondo la Comunicazione Consob, la novità essenziale consiste nel fatto che l’intermediario dovrà porre in essere tutte quelle misure che servono a trasferire chiaramente al cliente:

  • le modalità di liquidazioni dello strumento e le eventuali difficoltà

  • gli effetti che si possono generare dalla liquidazione, dal punto di vista dei costi e dei tempi.

Quindi, in linea con quanto detto, l’intermediario dovrà porsi il problema di indicare al cliente, nel momento in cui propone al cliente uno di questi prodotti illiquidi, anche una serie di prodotti cosiddetti succedanei, per quanto riguarda i costi di sottoscrizione.

Governance da rifare o top management fuori dalla realtà

Non è più sola demagogia, sembra inevitabile che il sistema economico nel suo complesso sia a questo punto obbligato a spingere l’acceleratore sulla riscrittura di nuove regole, quindi a dover intervenire anche sui meccanismi di governance.

Tre sono i  fronti possibili su cui potrebbe essere opportuno lavorare: un codice etico aziendale, un maggior controllo da parte degli azionisti, e non da ultimo, un rafforzato ruolo per le Autority, finalizzato ad una moral suasion per interventi soprattutto di tipo preventivo.

Se prendiamo ad esempio i cda delle aziende quotate in Italia, vediamo che l’Osservatorio Spencer Stuart board index del 2008, evidenzia una seria necessità di ricambio dei consiglieri, anomalia che vede soltanto pochi di questi veramente indipendenti: molti sono spesso pagati dalla stessa azienda, per consulenze o cariche varie nelle società controllate; inoltre fanno parte dei board molti professori e professionisti, invece che manager aziendali. Altra particolarità emersa da questo osservatorio sono gli incarichi in capo ai sindaci: un vero e proprio cumulo, che fa salire la media degli incarichi, tra aziende quotate e non quotate, ad un numero mediamente doppio rispetto all’anno precedente.

Il fatto che la crisi finanziaria sia derivata anche da un problema di governance, abbiamo già avuto modo di evidenziarlo con un intervento di caratura più ampia in  “Governance e finanza, binomio imprescindibile” di questo sito: eccessivo accentramento decisionale nel top management, peraltro legato all’evidente distorsione di parametrare i lauti piani di stock options a risultati di breve periodo. Se prendiamo in esame il sistema bancario, dimensioni e metodi di calcolo delle remunerazioni fisse e variabili sono nell’occhio del ciclone, come sappiamo, alla luce degli imponenti piani di interventi statali in tutto il mondo: salvataggi di banche in crisi o soltanto volti a rafforzare semplicemente la loro solidità patrimoniale. Rinunciare a benefici economici così importanti non è però così semplice da far digerire.

Provvedimenti come il tetto di 500 mila dollari alle retribuzioni dei top manager dei gruppi USA, non sono altro che il tentativo di ottenere comportamenti più accettabili e più rispettosi degli interessi degli stakeholders. In Germania e in Svezia è stato chiesto ai banchieri che hanno ricevuto aiuti statali di limitare i loro compensi a non più di 500 mila euro. In Gran Bretagna, il Governo ha stabilito che le banche beneficiarie di aiuti pubblici non possono più premiare i massimi dirigenti. In Italia una direttiva della Banca d’Italia farà sì che le remunerazioni dei banchieri siano trasparenti e adeguate alle condizioni economiche e patrimoniali, ma soprattutto proiettate verso un orizzonte temporale di medio periodo, in modo da evidenziare le conseguenze delle azioni dei manager. In realtà andrebbe rifondato il rapporto tra manager e azionisti, collegandolo a obiettivi finali e intermedi, con uno split di incentivi e bonus in due fasi: a breve ed a lungo termine; in sostanza andrebbe data maggiore rilevanza alla stabilità del valore nel tempo dell’azienda. Non da ultimo, per evitare che lo stress test sui bilanci bancari ad opera di Basilea 2, vada a minare inevitabilmente lo status attuale e futuro delle banche mondiali, andrebbe accolto il suggerimento del Gruppo dei Trenta economisti capitanati da Paul Volcker, secondo i quali bisognerebbe “esprimere i coefficienti di riferimento in termini di intervallo di valori, anzichè in modo puntuale”: questo renderebbe maggiormente accettabili le variazioni degli indici di solvibilità derivanti dalle variazioni congiunturali, in una logica che dovrebbe spingersi, al pari che tutto il resto, verso finestre temporali più ampie di valutazione.

“bad bank” o “good bank”: soluzione strategica o politica?

Quanto mi accingo a fare è una semplice disamina tra quanto viene posto come soluzione in pancia al più ampio mosaico dei provvedimenti tampone alla crisi statunitense del Financial Stability Plan. Accanto al limite degli stipendi dei managers delle banche che ricorrono al denaro pubblico, per la parte relativa alle attività tossiche, inizia il lungo periodo di gestazione della cosiddetta “bad bank”. In modo assolutamente speculare, l’alternativa “good bank”, proposta dal Prof. Willem Buiter, ex appartenente al Comitato di Politica Monetaria della Banca d’Inghilterra.

Il modo con cui definire il ruolo di questa istituzione finanziaria governativa, “bad bank” o “good bank”, dipende sostanzialmente se al Governo (leggere in questo caso, “i fondi pubblici”) è dato di assorbire (meglio dire, di comprare) gli asset cosiddetti tossici e lasciare al sistema bancario quelli che performano, con l’obiettivo che prosegua il suo ruolo di erogazione del credito; la “bad bank”, ovviamente, rimane in vita fino ad esaurire il suo compito e poi si auto-liquida. Oppure se al Governo è dato di costituire una “good bank”, proposta dal Prof. Willem, per acquisire dal sistema bancario i soli asset performanti ed essere così in grado, essa stessa, di erogare nuovi prestiti al sistema; le rispettive banche, cui rimarrebbero gli asset tossici, avrebbero lo scopo di recuperare dal mercato queste attività e successivamente di liquidarle.

Non è sicuramente di facile soluzione, dato che storicamente, in casi simili, si è proceduto sempre con la costituzione di una “bad bank”. Appariva già evidente un problema contabile, già sollevato per la valutazione di tali titoli nei bilanci in generale, e accennato in un altro articolo di questo sito (“Governance e finanza, binomio imprescindibile”). Se per la “bad bank” i titoli acquistati vengono valutati ad un prezzo più alto di quello reale, i contribuenti verrebbero a pagare, con la futura imposizione fiscale, più del dovuto; se invece il prezzo fosse più basso di quello effettivo, allora sarebbero le banche a dover sopportare più oneri, quindi avrebbero necessità di più fondi per ricapitalizzarsi. Inoltre, è cosa da non trascurare il problema della successiva vendita di questi titoli tossici sul mercato: infatti se i futuri acquirenti, riuscissero a spuntare un prezzo troppo basso, sarebbero di nuovo i contribuenti a subirne le conseguenze, alternativamente se fosse troppo alto, il sistema si bloccherebbe.

Bel dilemma.

Dollaro USA, recessione e inflazione

Il dollaro USA sta attraversando un periodo difficile contro l’Euro. Quali possono essere i motivi?

In primis un rallentamento economico degli USA, che costringe la Fed (Banca Centrale Americana) a tagliare i tassi in modo abbastanza aggressivo. Il Governatore Bernake ha dichiarato che tutti i tagli operati fino ad ora sono stati mossi per compensare la restizione del credito per i sub-prime; logica conseguenza di questa affermazione è che ci saranno altri tagli per rinnovare la crescita economica di quel Paese.

Dall’altro lato c’è la pressione inflazionistica dimostrata dall’aumentare del prezzo delle materie prime. In una parola si sta correndo il rischio di incappare in quel fenomeno detto “stagflazione”, cioè recessione accompagnata da inflazione.

Poi c’è da aggiungere che gli americani riducono i consumi dei prodotti domestici, e il resto del mondo a sua volta; questo è il motivo per cui Warren Buffet, un altro illustre osservatore e investitore mondiale, motiva l’ indebolimento della valuta americana. Fuoriescono ogni giorno dagli USA, per questo motivo,  2 milardi di dollari di attivi. Sarà per questo che Warre Buffet continua  a scommettere contro il dollaro USA con una valuta come il Real brasiliano, che negli ultimi cinque anni si è rivalutata cinque volte, rispetto al dollaro?