Bilancio statale, bilancio d’impresa

In un momento di crisi finanziaria, qualsiasi Paese, ha a che fare con una situazione che si caratterizza in larga misura per un’emergenza degli strumenti monetari, quindi dei crediti. Vediamo perchè.

Nell’attivo del bilancio di uno Stato ci sono i beni materiali ed il patrimonio in denaro (M1, M2, M3 più gli investimenti finanziari in denaro); tra le passività troviamo il patrimonio netto ed i debiti dello Stato, di qualsiasi natura.

La crisi comporta una situazione d’emergenza per quanto riguarda proprio gli strumenti monetari e gli investimenti in denaro dell’attivo, che vengono così a scendere, e per cui ne subiscono le conseguenze anche gli stessi crediti con cui sono controfinanziati.

A questo punto, come un’azienda privata che ha il suo bilancio che obbedisce alle stesse regole, si crea la necessità di vendere i beni materiali del patrimonio, come qualsiasi debitore. Ma la conseguenza, a questo punto, è che il patrimonio netto si assottiglia a sua volta per il crollo del valore dei beni patrimoniali stessi. A farne le spese è il PIL del Paese che così scende: infatti le aziende sono costrette a ridurre il proprio costo del lavoro, dato che si riduce il patrimonio netto. Dall’altra parte ci sono quindi i consumatori che hanno più difficoltà ad accedere al credito; quindi come risultato ultimo si innesca un calo dei consumi e degli investimenti lordi delle aziende, che determina a catena un calo del PIL dell’intero Paese.

Quali sono le manovre che il sistema può portare avanti?

Le Banche Centrali, preposte a gli equilibri del sistema, sono costrette ad aumentare l’offerta di moneta mediante operazioni nel settore degli investimenti: acquisto di obbligazioni ad esempio. Questo ha l’effetto di stabilizzare il mercato dei capitali ed aumentare di nuovo la quantità di denaro in circolazione, che serve a compensare il calo di domanda di beni di consumo. Da non considerare marginale in tutto questo è che di norma, questa domanda finale, viene incentivata anche con un intervento dei Governi, mediante un aumento della spesa statale, che incentiva occupazione e consumi.

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La regola di Taylor, deflazione e inflazione

L’economista John Taylor, ha teorizzato una regola empirica, sulla scorta delle decisioni prese dalla FED (Federal Reserve, la Banca Centrale USA) riguardo le decisioni relative ai tassi su un’osservazione relativa ai venticinque anni precedenti gli anni novanta. In sostanza tale regola prevede che per ogni punto percentuale di aumento del tasso d’inflazione della Banca Centrale,  i tassi salgono di 150 bp; invece nel caso inverso i tassi scendono di 50 bp.

In un momento come quello attuale, che si caratterizza per un sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema, per un aumento della disoccupazione ed un sistema bancario (internazionale) malato, l’ipotesi di scatenare inflazione è piuttosto remota nel breve periodo, seppur le ingenti misure di quantitative easing, operate dalle Banche Centrali possano aumentarne i rischi. Infatti il Governatore Bernake, coscente di questo, “tenta” quasi disperatamente di generare inflazione in quanto la deflazione (esatto opposto dell’inflazione) va combattuta ancora prima che possa scatenare i propri effetti distorsivi. Infatti negli anni ’30, quando i prezzi scesero ed il sistema produttivo si era trovato fortemente indebitato, l’effetto fu che le imprese stesse non investirono più, perchè il calo dei prezzi rese ancora più costoso l’accesso al credito.

Ora, le banche Centrali stanno facendo a gara per lanciare programmi dal valore di miliardi per salvare l’economia, soltanto la FED si stima che metterà in bilancio 4.500 miliardi di dollari pari a un terzo del PIL. Queste inizioni di moneta che hanno dimensioni senza precedenti, generano impennate dei corsi delle obbligazioni statali per cui le curve dei rendimenti si appiattiscono. Tale situazione si allarga oltre i confini americani, per arrivare all’Europa ed alla Gran Bretagna; il differenziale dei rendimenti dei titoli a breve rispetto a quelli a lungo si riduce. Potrebbero ancora farsi strada politiche di allentamento quantitativo da parte delle Banche Centrali, di tipo diverso dalla riduzione dei tassi, che da sola non avrebbe grande utilità, infatti la regola di Taylor ne preannuncerebbe ulteriori riduzioni; si affacciano ipotesi di riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato stabilendo dei limiti massimi, sulla scorta dell’esperienza degli anni ’40 già vissuta. L’utilizzo di manovre collaterali come quelle descritte, non potrebbe comunque essere messo in atto se non prima di una ripresa della congiuntura.

Quindi in questo scenario, come in qualsiasi altro ipotizzabile, resta fondamentale il ruolo delle Banche Centrali: sempre più saranno coinvolte nella loro partecipazione a sostegno delle economie regionali, e di concerto con tutte le altre, a veicolare gli equilibri dell’economia globalizaata. L’obiettivo sarà sempre quello di avere tassi di inflazione più alti di quelli attuali, seppur contenuti, per consentire che il denaro circoli e possa essere investito e consumato. D’altro canto sempre vigili, perchè se l’inflazione diventa un pericolo, solo le manovre sui tassi possono correggerne la rotta. Del resto gli scenari sono sempre gli stessi e saranno sempre grandemente manovrabili, a patto che l’economia viva regole condivise da tutti gli attori e attuate in modo trasparente.

Pit stop per i propri investimenti: cruciale e sottovalutato

Senza lasciarsi dietro speranze di ripresa, non importa se già timidamente venute alla luce o inevitabilmente slittate a fine di questo anno o forse più, l’investitore dovrebbe riflettere su due fronti: quando cominciare a uscire dal suo portafoglio, liquido o quasi, che a ragione ha predominato in questo periodo; analizzare quali siano i punti di debolezza della propria impostazione, per farsi trovare con il piede giusto non appena i segnali della tempesta sembrano svanire all’orizzonte.

Stiamo parlando di un vero e proprio pit stop per i propri investimenti!

Se è dimostrato che nel lungo periodo il risultato dipende grandemente dalla ripartizione delle risorse (asset allocation), è doveroso comunque confrontarsi anche nel breve con criteri basilari che dipendono dal quadro economico. Per la parte del portafoglio che allochiamo in equity:

– nelle fasi di espansione sono energia, materie prime, beni capitali e d’investimento, consumi ciclici e sicuramente l’hi-tech a tirare di più

– nelle fasi di rallentamento i settori su cui puntare sono i finanziari e le utilities

– in momenti caratterizzati da recessione, salute e consumi di base sono ad essere trainanti (titoli value)

Dopo una doverosa analisi sulla ripartizione delle risorse, in base ai personali obiettivi di vita (per questo rimando ad un’attenta lettura degli articoli di questo sito ->)

– “investimento: pianificazione oggettiva o semplice scommessa?

– “approccio metodologico alla pianificazione finanziaria

– “i passi di un modello di personal financial planning

il concetto da cui dover sempre partire è la cosiddetta propensione al rischio.

Vediamo le motivazioni per cui, ai nostri fini, questa importante variabile è così importante:

  1. riassume concretamente, più di ogni altra cosa, le aspettative individuali sulla base della propria esperienza d’investitore
  2. rappresenta “il modo” con cui arrivare alla meta, cioè la personale sopportabilità a vedere modificato il valore del patrimonio, lungo la finestra di periodo prefissata
  3. non da ultimo, perchè è importante mantenere inalterato il rapporto rischio/rendimento con il variare dei mutamenti congiunturali di mercato; questo obiettivo va perseguito attraverso opportune rimodulazioni tra equity/reddito fisso/liquidità, a meno che non si voglia sopportare un forzato allungamento dell’orizzonte temporale d’investimento.

Definita correttamente questa parte, l’attenzione si deve spostare sul confronto dei prodotti d’investimento utilizzati, sempre e soltanto in relazione a gli indici che ne misurano l’efficienza, questo per essere sicuri di avere un portafoglio di qualità.

Ritengo debba essere comunque chiaro, che qualora non si abbiano a disposizione gli strumenti per operare in autonomia, si dovrebbe “pretendere” che lo faccia il proprio consulente d’investimento. Qui si dovrebbe aprire una discussione a parte, ma non è il caso di iniziarla per la finalità di questo articolo. Infatti, come in tutte le altre professioni non basta avere la qualifica, direi anzi che è inevitabile il fatto che la corretta applicazione delle capacità tecniche e relazionali dipendono dalla preparazione del singolo e dai supporti utilizzati, al pari del legale o del medico che assiste il proprio interlocutore.

Quindi, per una corretta valutazione dei prodotti presenti in portafoglio e solo dopo aver fatto l’analisi di asset allocation in linea con il profilo, va utilizzato un metodo oggettivo/quantitativo.

  1. Partiamo dal fatto che nell’asset allocation di portafoglio già abbiamo stabilito dei benchmark, cioè degli indici di riferimento riguardo la scelta di diversificazione che è stata reputata opportuna.
  2. A questo punto l’attenzione va sul singolo mercato scelto. Infatti valutiamo il cosiddetto rischio sistemico presente nel prodotto, rispetto al mercato di riferimento; soccorre a questo scopo il coefficiente Beta, che valuta quanto varia il fondo congiuntamente al mercato, in seguito a movimenti di quest’ultimo. Dato che il Beta di mercato è pari a valore 1, se il prodotto d’investimento ha beta 1,1 indica che può ottenere una performance del 10% migliore rispetto all’indice di mercato se questo è al rialzo, oppure peggiore del 10%  se è al ribasso. Al contrario, un beta di 0,85 indica che il fondo può conseguire una performance del 15% peggiore rispetto al rendimento atteso dell’indice di mercato in fasi rialziste, oppure del 15% migliore in fasi ribassiste (cfr glossario Morningstar.it)
  3. Dalla valutazione del Beta passiamo a valutare se il gestore del fondo è abile nello stock picking, cioè nella capacità a creare valore aggiunto. Qui viene in nostro aiuto il coefficiente Alpha. Questo rappresenta la misura della variazione (maggiore o minore) della performance di un fondo rispetto al suo valore atteso, calcolato in funzione del rischio assunto dal fondo e misurato con il Beta del punto 2 (cfr  glossario Morningstar.it).
  4. Diventa importante, a questo punto, capire se il gestore è in grado di sovraperformare quel benchmark che in prima istanza abbiamo scelto per la nostra asset allocation e che quindi siamo andati a ricercare nel prodotto d’investimento -> N.B. ricordiamo che questo è un passo fondamentale, una sequenza logico/operativa spesso trascurata! Molti consulenti scelgono ancora oggi il fondo d’investimento, per i propri clienti, in base al nome!. In particolare viene in nostro aiuto un altro coefficiente, l’Information Ratio. Questo valuta esattamente la capacità di sovraperformare il benchmark, proprio in relazione al rischio assunto dal fondo stesso. L’Information Ratio si differenzia dall’indice di Sharpe perché confronta il rendimento del portafoglio con il rendimento del benchmark di riferimento, anziché con il rendimento dell’investimento privo di rischio (bot a tre mesi), ai nostri fini da preferire. Infatti viene calcolato rapportando il differenziale di rendimento tra fondo e indice di riferimento, con la Tracking Error Volatility (TEV) a denominatore; questa indica la volatilità dei rendimenti differenziali di un fondo rispetto ad un indice di riferimento (cfr glossario Morningstar.it); per cui a TEV più elevati corrispondono gestori più indipendenti rispetto all’indice di riferimento.

Dopo un’analisi di questo tipo, il portafoglio è in grado di riprendere nuovamente la propria gara oppure iniziare un nuovo percorso, ma sempre in eccellenza. Da non dimenticare, però, che a cadenze periodiche è necessario fare nuovi pit stop, questo è il mio consiglio.

Infatti nulla rimane immutato.

Governance da rifare o top management fuori dalla realtà

Non è più sola demagogia, sembra inevitabile che il sistema economico nel suo complesso sia a questo punto obbligato a spingere l’acceleratore sulla riscrittura di nuove regole, quindi a dover intervenire anche sui meccanismi di governance.

Tre sono i  fronti possibili su cui potrebbe essere opportuno lavorare: un codice etico aziendale, un maggior controllo da parte degli azionisti, e non da ultimo, un rafforzato ruolo per le Autority, finalizzato ad una moral suasion per interventi soprattutto di tipo preventivo.

Se prendiamo ad esempio i cda delle aziende quotate in Italia, vediamo che l’Osservatorio Spencer Stuart board index del 2008, evidenzia una seria necessità di ricambio dei consiglieri, anomalia che vede soltanto pochi di questi veramente indipendenti: molti sono spesso pagati dalla stessa azienda, per consulenze o cariche varie nelle società controllate; inoltre fanno parte dei board molti professori e professionisti, invece che manager aziendali. Altra particolarità emersa da questo osservatorio sono gli incarichi in capo ai sindaci: un vero e proprio cumulo, che fa salire la media degli incarichi, tra aziende quotate e non quotate, ad un numero mediamente doppio rispetto all’anno precedente.

Il fatto che la crisi finanziaria sia derivata anche da un problema di governance, abbiamo già avuto modo di evidenziarlo con un intervento di caratura più ampia in  “Governance e finanza, binomio imprescindibile” di questo sito: eccessivo accentramento decisionale nel top management, peraltro legato all’evidente distorsione di parametrare i lauti piani di stock options a risultati di breve periodo. Se prendiamo in esame il sistema bancario, dimensioni e metodi di calcolo delle remunerazioni fisse e variabili sono nell’occhio del ciclone, come sappiamo, alla luce degli imponenti piani di interventi statali in tutto il mondo: salvataggi di banche in crisi o soltanto volti a rafforzare semplicemente la loro solidità patrimoniale. Rinunciare a benefici economici così importanti non è però così semplice da far digerire.

Provvedimenti come il tetto di 500 mila dollari alle retribuzioni dei top manager dei gruppi USA, non sono altro che il tentativo di ottenere comportamenti più accettabili e più rispettosi degli interessi degli stakeholders. In Germania e in Svezia è stato chiesto ai banchieri che hanno ricevuto aiuti statali di limitare i loro compensi a non più di 500 mila euro. In Gran Bretagna, il Governo ha stabilito che le banche beneficiarie di aiuti pubblici non possono più premiare i massimi dirigenti. In Italia una direttiva della Banca d’Italia farà sì che le remunerazioni dei banchieri siano trasparenti e adeguate alle condizioni economiche e patrimoniali, ma soprattutto proiettate verso un orizzonte temporale di medio periodo, in modo da evidenziare le conseguenze delle azioni dei manager. In realtà andrebbe rifondato il rapporto tra manager e azionisti, collegandolo a obiettivi finali e intermedi, con uno split di incentivi e bonus in due fasi: a breve ed a lungo termine; in sostanza andrebbe data maggiore rilevanza alla stabilità del valore nel tempo dell’azienda. Non da ultimo, per evitare che lo stress test sui bilanci bancari ad opera di Basilea 2, vada a minare inevitabilmente lo status attuale e futuro delle banche mondiali, andrebbe accolto il suggerimento del Gruppo dei Trenta economisti capitanati da Paul Volcker, secondo i quali bisognerebbe “esprimere i coefficienti di riferimento in termini di intervallo di valori, anzichè in modo puntuale”: questo renderebbe maggiormente accettabili le variazioni degli indici di solvibilità derivanti dalle variazioni congiunturali, in una logica che dovrebbe spingersi, al pari che tutto il resto, verso finestre temporali più ampie di valutazione.

Oro nel nuovo scenario: tra diversificazione e rifugio

Come non prestare attenzione al principale dei metalli preziosi, in una fase congiunturale come quella che stiamo vivendo!

Il suo connotato tipico è quello di avere una duplice caratteristica:

  • quella di avere veste di indice vero e proprio, capace di anticipare l’andamento di inflazione e tassi di mercato
  • quella di forma ordinaria di utilizzo del capitale, decorrelata dalle principali asset class d’investimento,  caratteristica confermata dalle classiche metriche della modern portfolio theory.

Quindi l’oro sembra essere molto più di un semplice “bene rifugio”, come spesso si usa dire:

  1. realizza incrementi positivi, a volte sensibili, quando il mercato azionario e obbligazionario sono in sofferenza (decorrelazione): è caratterizzato da una bassa dipendenza da questi. Infatti, studi realizzati da economisti del Credit Suisse hanno riscontrato che il prezzo dell’oro tende a crescere circa del 20% l’anno quando ci si trova in fasi congiunturali con tassi reali vicini lo zero (tassi reali su i Fed fund)
  2. presenta una relazione inversa (decorrelzione) con il biglietto verde, per cui quando tale valuta è sotto pressione (scende), la rispettiva quotazione dell’oro sale; come se il dollaro forte implicasse, di fatto, vendite sull’oro e viceversa
  3. gli viene poi attribuita la non secondaria vocazione di indicatore, cioè  fa capire in anticipo il futuro andamento di inflazione e tassi di mercato (cfr. “Oro indicatore affidabile per inflazione e tassi d’interesse” di questo sito).

Quindi in un’ottica di bilanciamento delle proprie disponibilità investite,  anche a colui che è meno esperto potrebbe balzare all’occhio, che a parità di rischio sopportato, l’utilizzo di una bassa correlazione aumenta  proporzionalmente il rendimento complessivo e viceversa: vuol dire in pratica aumentarne l’efficienza dell’investimento, senza citare chissà quale teoria di portafoglio.

Non dimentichiamo però che il metallo giallo è la principale riserva, asset negoziabile dalle banche Centrali di tutto il mondo e rappresenta inoltre un’importante materia prima per la realizzazione dei semiconduttori. La prima circostanza delle due, potrebbe però portare, in periodi di instabilità come quelli odierni, ad una vendita più pronunciata delle riserve auree da parte delle stesse Banche Centrali e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel disperato tentativo di finanziare la sostenibilità dei bilanci statali.  Inoltre i dati della BCE (Banca Centrale Europea) per l’anno 2008, ci dicono che le vendite sono state poco significative; anche questo potrebbe non deporre a favore del metallo giallo per il 2009. Per finire, i dati storici dell’oro evidenziano che le quotazioni, tra rialzi e ribassi, hanno un’ampiezza di circa sei/sette anni. Quindi soltanto la sua qualifica di “bene rifugio” o “porto sicuro” che dir si voglia, potrebbe lasciar presagire momenti soltanto positivi per i prossimi anni.

Una buona pianificazione, nel perseguire l’obiettivo di diversificare il patrimonio rispetto alle altre asset class più tradizionali,  può facilmente utilizzare i cosiddetti ETC (Echanged Traded Commodities). Questi strumenti replicano passivamente la performance della materia prima o degli indici di materie prime a cui fanno riferimento, rientrando a pieno merito nella famiglia dei “cloni” (cfr. def. Borsa Italiana) e sono perfettamente liquidabili e negoziati in Borsa come azioni. Rispetto al bene fisico hanno maggiore facilità di utilizzo, quindi una trattazione trasparente; nel caso delle monete d’oro o dei lingotti lo scambio potrebbe subire condizionamenti, per il fatto che il prezzo potrebbe  scontare effetti distorsivi,  sia per lo stesso contenuto in oro puro dell’oggetto, sia per la domanda e l’offerta del bene specifico di cui si sta trattando.

Tutti colpevoli, nessuno colpevole: la crisi è un problema di fiducia

Il tema più attuale è proprio la crisi, ed appare tanto più evidente per il fatto che la cancrena è talmente vasta che il sistema fa quadrato e resiste: sembra che siano tutti colpevoli, ma nessuno è colpevole realmente.

A livello internazionale, il conto sarà purtroppo a carico di coloro che non hanno avuto direttamente la responsabilità di quanto sta accadendo: le aziende industriali con i cali di produzione, i lavoratori con la futura disoccupazione, i risparmiatori con le perdite, ma tutti potremmo essere portati a pagare per la più feroce delle tasse: l’inflazione.
Se a settembre 2008, al momento dell’esplosione della crisi, il sistema era diventato illiquido, il fenomeno è stato non solo della finanza ma anche delle aziende industriali che non riuscivano ad ottenere prestiti; infatti il blocco totale del mercato interbancario si è manifestato con tutti i suoi effetti: gli istituti di credito non si prestavano più tra loro il denaro e l’euribor stesso è volato. Ora che lo stress su tale tasso interbancario è sceso e il credit cruch scongiurato, il problema sarà proprio gestire l’enorme quantità di liquidità che è stato necessario (probabilmente lo sarà ancora), mettere nel sistema: evitare l’inflazione, che non è il male minore, la peggiore delle tasse.

Cosa sta accadendo in Italia, nel mondo del risparmio, dove si avverte oggi un bisogno di rinnovamento, ancor di più che nel passato?

Ancor prima della scrittura di nuove regole di controllo, da parte dei maggiori attori internazionali, appare evidente che è cessato il credito facile, le commissioni sul risparmio gestito sono in discesa, gli spread di comodo sono spariti, si fa del tutto per ristrutturare i crediti con l’obiettivo di realizzare domani quel qualcosa che si è reso oggi inesigibile perché illiquido.
Così negli ultimissimi anni si è assistito a fenomeni di trasferimento delle masse di capitali/risparmi, approdate dal risparmio gestito a strumenti strutturati della parte peggiore dei prodotti delle investment bank; questi strumenti commercialmente spinti dal mondo bancario per racimolare ricavi, oggi si trovano a vivere un irrefrenabile movimento verso i prodotti di liquidità.
Quindi, per l’industria del risparmio in Italia si affacciano importanti novità, peraltro tracciate già da tempo, ma quantomai attuali ora, dopo un 2008 che ha decretato un salasso dal risparmio gestito, pari a 140 mld di euro e l’uscita di un terzo dei patrimoni gestiti dagli hedge fund.
La Consob dovrebbe ratificare il terzo livello della normativa Mifid (normativa che regola il rapporto tra risparmiatore e istituzioni finanziarie/assicurative) per quanto riguarda la massima trasparenza, proprio sugli strumenti illiquidi.
Entro il mese di marzo del 2009 si dovrebbero mettere in atto delle piattaforme elettroniche/telematiche per consentire un contatto diretto tra il risparmiatore e l’Sgr (società di gestione del risparmio): si eliminerebbe l’attuale obbligatoria intermediazione, nelle operazioni di sottoscrizione e rimborso delle quote di fondi comuni.
La riforma fiscale dei fondi, con l’equiparazione dei gestori italiani a quelli esteri.
Si profila il tam tam del merger & acquisition dei fondi comuni e delle Sgr, che diventerà un sentiero ormai obbligatorio: razionalizzazione per raggiungere una dimensione patrimoniale minima di 30/50 mld di euro per coprire più mercati e più asset class; specializzazione, quindi meno Sgr generaliste, con meno prodotti ma di maggiore qualità, chiudendo comparti poco efficienti dal punto di vista gestionale e reddituale.
Nel rapporto con la clientela è ufficiale il decollo della consulenza indipendente, con il relativo Albo, ma gli operatori sono ancora scettici sull’esistenza di una domanda diffusa sul mercato retail e affluent dei risparmiatori, e ancor meno presente è un’offerta seria.

Insomma, il rilancio della trasparenza, dal lato aziende, e per i risparmiatori l’orientamento verso strumenti più semplici e valutabili, saranno la strada per la ripresa della fiducia.
A un livello superiore, la comunità finanziaria sta chiedendo a chiara voce di azzerare le aree ancora grigie dei bilanci, per poter ripartire e misurare correttamente anche gli interventi, che autorità e Governi si troveranno a mettere in gioco nel prossimo futuro.
Senza tutto questo, qualsiasi impegno e sforzo, seppur di enormi dimensioni, verrebbe vanificato dalla carenza di fiducia presente in ogni angolo del pianeta.

Svolta nella crisi? Il piano inglese è il primo

I mercati in questi giorni stanno reagendo sicuramente in linea con le critiche mosse al piano di salvataggio americano, il cosiddetto Piano Paulson, rimproverato da molti per avere come primario obiettivo quello di togliere dai bilanci bancari quei titoli cosiddetti “tossici”, causa della ormai famigerata crisi dei sub-prime.

L’altro aspetto, ben più lungimirante, è garantire la solvibilità delle stesse banche attraverso l’urgente necessità di aumentare la base del capitale.

Arriva in soccorso il piano britannico, che sembra essere una svolta netta in tal senso, attraverso un impegno che si stima all’incirca pari al 20% del PIL, quattro volte superiore a quello USA, pari al 7%, sempre in termini di PIL.

(Comunicato: http://www.hm-treasury.gov.uk/press_100_08.htm)

Il piano britannico, che prevede una valutazione e un monitoraggio delle istituzioni partecipanti, verrà valutato caso per caso, quindi non automatico, e vuole agire attraverso:

– un’estensione del rifinanziamento al sistema bancario, con frequenze da stabilire, che può arrivare fino a 200 miliardi di sterline

– le banche che si impegnano a partecipare allo schema del piano, si devono impegnare ad aumentare il proprio capitale di 25 miliardi di sterline entro la fine dell’anno; corrispondentemente il Governo inglese si impegna, ma su richiesta, a sottoscrivere 50 miliardi delle nuove emissioni, sotto forma di azioni privilegiate

– il Governo si impegna ad estendere la garanzia statale per le nuove emissioni obbligazionarie bancarie, attraverso un accesso privilegiato ai finanziamenti fino a tre anni, quindi di medio termine; per questo, si stima un impegno di circa 250 miliardi di sterline.

Schemi di interventi analoghi verranno presi anche da altri Paesi. A tal proposito, proprio l’Italia ha varato un decreto anti-crisi, che destina 20 miliardi al sistema bancario, come misura preventiva, con l’innalzamento a 103.000 euro il fondo di garanzia fra banche, quello dello Stato qualsiasi sia l’entità del deposito e dei suoi titoli di credito. Lo stesso Draghi ha dichiarato che il decreto ha il solo obiettivo di preparare le armi per il futuro ed essere quindi prudenti.

L’evoluzione di quanto fino ad ora ci troviamo ad osservare sarà oggetto, ovviamente, dei prossimi periodi della nostra storia finanziaria.