Cambio regime fiscale fondi d’investimento italiani

Da oggi, 1 luglio 2011 entra in vigore, a seguito dell’attuazione del decreto legge n.225/10 (Decreto “Milleproroghe”), la riforma del regime fiscale dei Fondi comuni di investimento italiani.

In particolare, dal 1° luglio viene abrogato l’attuale regime di tassazione sul risultato maturato e introdotto il regime di tassazione in capo ai partecipanti al momento della percezione dei proventi (c.d “sul realizzato”). In tal modo il nuovo regime fiscale si adegua a quello previsto per gli Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio (OICR) di diritto comunitario ovvero le operazioni di rimborso e di switch tra fondi saranno considerate fiscalmente rilevanti. La SGR agirà, pertanto, da sostituto d’imposta sul capital gain generato dal disinvestimento.

Per quanto concerne gli OICR esteri, a seguito del recepimento della Direttiva 2009/65/CE (c.d. normativa UCITS IV), è previsto che, sempre a partire dal 1° luglio 2011, le conversioni (switch) fra comparti di una stessa Sicav siano considerate fiscalmente rilevanti e anche per questa fattispecie il “Soggetto Incaricato dei Pagamenti” agirà da sostituto d’imposta considerando l’operazione di switch una doppia operazione: rimborso e sottoscrizione.

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P/U (prezzo/utile), una bussola per le aspettative di crescita

Il rapporto prezzo/utile P/U o frequentemente detto price/ernings, rappresenta uno strumento si elementare, ma molto utile di valutazione del titolo, spesso anche rappresentato nelle pagine economiche dei giornali finanziari. Il problema della valutazione è tenere aggiornato il fair value dell’azione, sempre nell’ottica di un approccio razionale.

P/U = 1/(i+r-g)

P è il prezzo del titolo, U è l’utile, g è il tasso di crescita dei profitti attesi, i è il tasso di un Btp di lungo periodo, r è il premio al rischio che l’investimento in azioni ha rispetto a un titolo a rischio zero (diciamo un titolo di stato)

Partiamo dalla nota metodologica: tanto è più basso questo rapporto P/U, tanto sarà prospetticamente interessante il titolo in oggetto. Il motivo è semplicissimo: se l’utile generato (U) è alto, minore è il tempo che ci vorrà per recuperare il valore pagato per acquistare il titolo, al prezzo (P).

Quindi andremo a prendere in considerazione titoli con P/U con valore basso rispetto alle aziende di settore simile a quallo di cui ci accingiamo a fare la nostra valutazione.

Un titolo, però, va inquadrato in un’ottica più ampia nella determinazione del suo fair value, in quanto dipende dal combinato disposto di tre variabili: l’attesa sui tassi di lungo periodo, la propensione al rischio di chi investe, le stime sugli utili futuri dell’azienda. E’ per questo che la rappresentazione della formula sopra riportata acquisisce valore nella scelta dinamica di un titolo. Infatti due dei tre fattori sono a denominatore: il tasso del Btp (i) e il premio al rischio (r); se questi salgono il P/U sarà più basso, quindi attraente; in modo speculare lo stesso risultato si ottiene se il tasso di crescita dei profitti attesi (g) è previsto in diminuzione.

Liquidabilità, focus su immobili e qualsiasi altra forma di asset

Prediligere lo spostamento nel tempo dei propri asset su gli immobili può considerarsi sicuramente interessante, ma se andiamo ad analizzarlo è paragonabile a tanti altri.

In un’ottica di corretta pianificazione delle proporzioni patrimoniali (ndr “liquidità/riserva/investimento/sicurezza”) ritengo sia una parte importante dell’asset complessivo di un individuo o di un nucleo familiare, anzi quella che per valore ha la maggiore percentuale; se diciamo complessivo, vuol dire però che non è l’unica forma: ogni attività va distribuita lungo le specifiche, rispettive tempistiche di redditività ottimale, con la massima attenzione alle corrispondenti esigenze di liquidabilità personale, in relazione a gli impegni di vita pianificati.

Per questo è doveroso fare alcune precisazioni sull’opportunità di impiegare ingenti disponibilità su asset immobiliari, che vivono un loro virtuosismo solo nel momento in cui ne sono una parte, seppur importante, con la coscienza e la consapevolezza della tempistica media di liquidabilità, di messa a vendita a valore di mercato. Soltanto in fase di realizzazione, quindi al momento della vendita, è possibile fare un calcolo della redditività ottenuta.

Per gli immobili può accadere, infatti, che gli si attribuiscano valutazioni di un certo tipo, ma queste non rappresentano un “prezzo” formato, dato che può accadere che non è presente un acquirente disposto a pagarlo: in pratica, quel valore non rappresenta un “prezzo”, l’incontro tra domanda e offerta non si è realizzato: ecco che così si deve procedere ad una “svendita” oppure ad una “non vendita”; viene a presentarsi quello che possiamo definire un problema di liquidabilità, che dobbiamo necessariamente contemperare rispetto alla redditività economica del bene stesso, dato che pensare a un bene che abbiamo pagato 50, che diciamo che vale 100, ma la negoziabilità dello stesso ci assicura 70, porta verso un trade-off decisionale che possiamo delineare soltanto in relazione alla personale necessità di realizzare un fabbisogno di cassa, pena la ricerca di fonti liquide più o meno onerose.

Quindi ecco presentarsi ciò che accennavo come “il problema della liquidabilità di un investimento”, fondamentale, perchè monetizzare è al centro di ogni progetto di soddisfazione dei bisogni.

Tale problematica allo stesso modo si viene a presentare per altre forme di utilizzo del denaro: vedi i titoli che “non hanno mercato”, perchè poco liquidi e quindi vendibili solo a prezzi inferiori alla quotazione; oppure nel caso di forme di accantonamento assicurative che vengono collocate presso i risparmiatori e per le quali le Compagnie di assicurazione riescono a fornire quasi sempre un valore nominale, ma spesso lontano da quello di smobilizzo, a causa di “improbabili” meccanismi contrattuali, nonostante si presume siano stati condivisi in sede di sottoscrizione.

Quindi prima di tornare alla disamina di alcuni importanti altri aspetti della redditività degli immobili, ritengo fondamentale porre l’attenzione sulla liquidabilità oggettiva in qualsiasi momento, ai prezzi di mercato dichiarati, per qualsiasi forma di utilizzo si voglia prendere in considerazione; questo è un concetto essenziale che qualsiasi risparmiatore dovrebbe percorrere, e per questo deve essere ben assistito. Ritengo siano finiti, o stiano finendo, i tempi di scarsa trasparenza nel collocamento di asset presso i risparmiatori.

Quindi è sempre importante tener presente che un asset:

– sia liquidabile nella sua natura contrattuale

– sia poi negoziabile al “giusto” prezzo nominale espresso (ci sia mercato)

– conservi l’opportunità economica a rimanere in portafoglio; bisogna conoscerne le caratteristiche tecnico-contrattuali nello specifico.

La parte centrale dell’articolo sono gli immobili, che nella proprietà fisica, come beni tangibili e da amministrare spesso in prima persona, evidenziano alcune problematiche anche su altri aspetti.

Le prospettive di crescita di valore di un immobile possono considerarsi buone, ma questa attività se fatta di persona comporta un discreto impegno, che deve essere continuo e sotto certi punti di vista potrebbe anche non essere perfettamente conciliabile con quello che si può pensare a prima vista con un’idea di “flusso di reddito”.

Secondo studi effettuati (fonte Etf Securities), gli immobili negli ultimi 10 anni sono al terzo posto per redditività annualizzata in dollari a livello globale; mentre al primo posto troviamo il metallo giallo, al secondo le obbligazioni, al quarto il cash e all’ultimo le azioni Usa.

La più immediata forma di “messa a reddito” per un immobile è spesso individuata dai più nella locazione; in quest’ottica va portata avanti l’analisi, accanto alla prospettiva di rivalutazione dell’immobile e al valore dei flussi monetari dei canoni netti percepibili. Poi conviene aggiungere alcuni fattori specifici dell’immobile, come le caratteristiche fisiche, l’ubicazione, la solvibilità del locatario, così come la durata del contratto di locazione ed il contesto legislativo, non da ultimo.

E’ importante soffermarsi sulle voci attive in ragione della somma degli affitti percepiti o percepibili e sulla rivalutazione nel tempo dell’immobile stesso, insieme al fatto di ricevere nel tempo una gratificazione personale per il possesso; è doveroso considerare anche la manifestazione di voci passive come le spese di manutenzione, le spese condominiali, le tasse, con un’inevitabile evoluzione normativa; non si deve sottovalutare il costo per il finanziamento bancario, spesso necessario per l’acquisto dell’immobile e che ammonta che incide per qualche punto percentuale: tutte queste voci vanno sottratte alla redditività ottenibile, cioè alle poste positive.

Spesso ci si viene a trovare di fronte a troppi vincoli, troppe tasse e prezzi mediamente sopravalutati, proprio come le altre attività finanziarie, quando si dice che si è in momenti di “bolla speculativa”: in acquisto, già un 10% viene ad essere pagato tra imposta di registro, catastale e ipotecaria, oltre alle commissioni di intermediazione di presunte agenzie cui spesso ci si è costretti a rivolgersi; proprio nei caso di locazione, non di rado ci si imbatte nel grosso problema di non riuscire a liberarsi dell’inquilino occupanti.

Problematiche del genere dovrebbero far riflettere e far propendere a forme di locazioni a carattere commerciale, così sembra consiglino gli esperti per riuscire a spuntare anche canoni più alti e spesso con un minor deterioramento nel tempo dell’immobile.

Certo è che la redditività media, sempre secondo gli esperti di questo settore, pare non riesca a superare il 3% lordo annuo. Gli immobili hanno la capacità a rivalutarsi mediamente in modo più o meno omogeneo e trasversale, ma con differenze nelle varie tipologie: in questo differiscono abbastanza da altri modelli di impiego del patrimonio, perchè la loro gestione è affrontabile quasi da tutti, senza specifiche conoscenze tecniche, anche se l’evoluzione normativa richiede comunque attenzione; infatti nel caso di impieghi finanziari, molto conta la qualità dell’interlocutore e quindi le scelte che si fanno nel tempo. Non è soltanto mio parere, ma fanno seriamente la differenza; nel modo finaziario i titoli a reddito variabile, a reddito fisso ed anche oro e commodities come abbiamo visto, riescono a battere molto spesso i valori di performance degli immobili, nel lungo periodo, e con un calcolo annualizzato.

Il risultato complessivo della tenuta del patrimonio immobiliare, come la stessa liquidabilità cambia spesso in base al prestigio e alla location; per cui immobili di prestigio hanno quotazioni che si discostano dalla media, così come nell’ambito della finanza le valorizzazioni ed i risultati non sono assolutamente tutti uguali, dal nostro canto si è parlato comunque di medie a livello mondiale.

Successione: problema di famiglia

Dire successione evoca sempre un problema complesso, carico di emotività per tutti i familiari, terreno spesso sconosciuto o quasi, capace di nascondere problematiche che vanno risolte in modo piuttosto razionale

A parte questa premessa, la situazione si presenta  problematica soprattutto in presenza di patrimoni di importo sensibile, quando a dover essere traslati sono beni dopo lunghi anni di lavoro professionale e/o imprenditoriale. Per questo cercherò di fornire qualche mero spunto, che non ha la pretesa di esaurire l’argomento, sicuramente da approfondire caso per caso, anche con soluzioni ulteriori, che magari illustrerò in articoli successivi. Insomma cercherò di dare solo qualche semplice indicazione di come in realtà vanno o sarebbe auspicabile debbano andare le cose.

Inizio da quanto potrebbe essere di maggiore interesse per i lettori di questo articolo: margini di risparmio riguardo la tassazione dei beni trasferiti. Infatti per quanto riguarda i patrimoni trasferiti mediante donazioni in vita, consideriamo sempre che vale il principio che non può mai contestarsi ad alcuno il fatto che si possa disporre di beni a favore di qualcuno, tranne potersi poi opporre post mortem, qualora venga ad essere lesa la cosiddetta legittima. Detto questo si è già detto abbastanza, eventuali azioni legali potrebbero quindi essere intraprese dagli eredi. Supposto che vada tutto per il verso giusto, viene a presentarsi comunque il problema della tassazione di questi beni qualora la cifra oltrepassi la soglia del milione di euro, per cui si abbatte un’aliquota pari al 4% se si tratta di coniuge e figli, fino ad arrivare all’8%, in caso di discendenti non diretti.

La cosa da prendere in considerazione, e per questo molto interessante, è che questa imposizione può essere decurtata fino all’1% se il patrimonio ricevuto in donazione viene conferito all’interno di una polizza vita unit linked, perlomeno finchè il beneficiario non ne riceva dividendi e/o non riscatti la posizione.

Questi prodotti sono da confezionare opportunamente e da sottoscrivere sotto legislazioni di Paesi che li consentano, come l’Irlanda ma anche il Lussemburgo o il Liechtenstein. Queste polizze sono capaci di accogliere immobili, sicav, fondi d’investimento, etf, quote di private equity. Insomma è possibile far confluire una serie di asset, che a seconda della loro specifica natura, generano costi differenti ma possono essere più bassi dell’1% o anche leggermente più alti fino all’1,5% per la presenza di fondi dedicati, che hanno eventualmente diverse banche depositarie e propri gestori finanziari. Il risparmio tuttavia è evidente.

Non va trascurato però il caso classico, quello che identifica le percentuali massime disponibili del patrimonio, fino ad arrivare alla quota di legittima, che è quella indisponibile.

Infatti per il coniuge vivente la differenza nel computo della legittima la fa proprio la presenza o meno di un testamento: infatti senza testamento il 100% va allo stesso coniuge se non ci sono figli, mentre 1/2 ed il diritto di abitazione se c’è stato testamento. Per il coniuge con un solo figlio, rispettivamente 1/3 con testamenteo e 1/2 senza; la stessa cosa per il figlio. Se invece il coniuge non è vivente, all’unico figlio spetta metà del patrimonio se c’è stato un testamento, mentre in assenza di questo, la quota di legittima viene ripartita per intero tra l’unico o più figli ed eventuali ascendenti. Ovviamente esistono una serie di casistiche relativamente alla presenza di più figli e ascendenti, sia nel caso che il coniuge sia vivente o meno, ma questo non è sicuramente tema di un articolo come questo, che vuole essere soltanto una bussola per l’argomento, i cui dettagli possono e devono essere presi in considerazione, soltanto con un’analisi del caso individuale.

Pit stop per i propri investimenti: cruciale e sottovalutato

Senza lasciarsi dietro speranze di ripresa, non importa se già timidamente venute alla luce o inevitabilmente slittate a fine di questo anno o forse più, l’investitore dovrebbe riflettere su due fronti: quando cominciare a uscire dal suo portafoglio, liquido o quasi, che a ragione ha predominato in questo periodo; analizzare quali siano i punti di debolezza della propria impostazione, per farsi trovare con il piede giusto non appena i segnali della tempesta sembrano svanire all’orizzonte.

Stiamo parlando di un vero e proprio pit stop per i propri investimenti!

Se è dimostrato che nel lungo periodo il risultato dipende grandemente dalla ripartizione delle risorse (asset allocation), è doveroso comunque confrontarsi anche nel breve con criteri basilari che dipendono dal quadro economico. Per la parte del portafoglio che allochiamo in equity:

– nelle fasi di espansione sono energia, materie prime, beni capitali e d’investimento, consumi ciclici e sicuramente l’hi-tech a tirare di più

– nelle fasi di rallentamento i settori su cui puntare sono i finanziari e le utilities

– in momenti caratterizzati da recessione, salute e consumi di base sono ad essere trainanti (titoli value)

Dopo una doverosa analisi sulla ripartizione delle risorse, in base ai personali obiettivi di vita (per questo rimando ad un’attenta lettura degli articoli di questo sito ->)

– “investimento: pianificazione oggettiva o semplice scommessa?

– “approccio metodologico alla pianificazione finanziaria

– “i passi di un modello di personal financial planning

il concetto da cui dover sempre partire è la cosiddetta propensione al rischio.

Vediamo le motivazioni per cui, ai nostri fini, questa importante variabile è così importante:

  1. riassume concretamente, più di ogni altra cosa, le aspettative individuali sulla base della propria esperienza d’investitore
  2. rappresenta “il modo” con cui arrivare alla meta, cioè la personale sopportabilità a vedere modificato il valore del patrimonio, lungo la finestra di periodo prefissata
  3. non da ultimo, perchè è importante mantenere inalterato il rapporto rischio/rendimento con il variare dei mutamenti congiunturali di mercato; questo obiettivo va perseguito attraverso opportune rimodulazioni tra equity/reddito fisso/liquidità, a meno che non si voglia sopportare un forzato allungamento dell’orizzonte temporale d’investimento.

Definita correttamente questa parte, l’attenzione si deve spostare sul confronto dei prodotti d’investimento utilizzati, sempre e soltanto in relazione a gli indici che ne misurano l’efficienza, questo per essere sicuri di avere un portafoglio di qualità.

Ritengo debba essere comunque chiaro, che qualora non si abbiano a disposizione gli strumenti per operare in autonomia, si dovrebbe “pretendere” che lo faccia il proprio consulente d’investimento. Qui si dovrebbe aprire una discussione a parte, ma non è il caso di iniziarla per la finalità di questo articolo. Infatti, come in tutte le altre professioni non basta avere la qualifica, direi anzi che è inevitabile il fatto che la corretta applicazione delle capacità tecniche e relazionali dipendono dalla preparazione del singolo e dai supporti utilizzati, al pari del legale o del medico che assiste il proprio interlocutore.

Quindi, per una corretta valutazione dei prodotti presenti in portafoglio e solo dopo aver fatto l’analisi di asset allocation in linea con il profilo, va utilizzato un metodo oggettivo/quantitativo.

  1. Partiamo dal fatto che nell’asset allocation di portafoglio già abbiamo stabilito dei benchmark, cioè degli indici di riferimento riguardo la scelta di diversificazione che è stata reputata opportuna.
  2. A questo punto l’attenzione va sul singolo mercato scelto. Infatti valutiamo il cosiddetto rischio sistemico presente nel prodotto, rispetto al mercato di riferimento; soccorre a questo scopo il coefficiente Beta, che valuta quanto varia il fondo congiuntamente al mercato, in seguito a movimenti di quest’ultimo. Dato che il Beta di mercato è pari a valore 1, se il prodotto d’investimento ha beta 1,1 indica che può ottenere una performance del 10% migliore rispetto all’indice di mercato se questo è al rialzo, oppure peggiore del 10%  se è al ribasso. Al contrario, un beta di 0,85 indica che il fondo può conseguire una performance del 15% peggiore rispetto al rendimento atteso dell’indice di mercato in fasi rialziste, oppure del 15% migliore in fasi ribassiste (cfr glossario Morningstar.it)
  3. Dalla valutazione del Beta passiamo a valutare se il gestore del fondo è abile nello stock picking, cioè nella capacità a creare valore aggiunto. Qui viene in nostro aiuto il coefficiente Alpha. Questo rappresenta la misura della variazione (maggiore o minore) della performance di un fondo rispetto al suo valore atteso, calcolato in funzione del rischio assunto dal fondo e misurato con il Beta del punto 2 (cfr  glossario Morningstar.it).
  4. Diventa importante, a questo punto, capire se il gestore è in grado di sovraperformare quel benchmark che in prima istanza abbiamo scelto per la nostra asset allocation e che quindi siamo andati a ricercare nel prodotto d’investimento -> N.B. ricordiamo che questo è un passo fondamentale, una sequenza logico/operativa spesso trascurata! Molti consulenti scelgono ancora oggi il fondo d’investimento, per i propri clienti, in base al nome!. In particolare viene in nostro aiuto un altro coefficiente, l’Information Ratio. Questo valuta esattamente la capacità di sovraperformare il benchmark, proprio in relazione al rischio assunto dal fondo stesso. L’Information Ratio si differenzia dall’indice di Sharpe perché confronta il rendimento del portafoglio con il rendimento del benchmark di riferimento, anziché con il rendimento dell’investimento privo di rischio (bot a tre mesi), ai nostri fini da preferire. Infatti viene calcolato rapportando il differenziale di rendimento tra fondo e indice di riferimento, con la Tracking Error Volatility (TEV) a denominatore; questa indica la volatilità dei rendimenti differenziali di un fondo rispetto ad un indice di riferimento (cfr glossario Morningstar.it); per cui a TEV più elevati corrispondono gestori più indipendenti rispetto all’indice di riferimento.

Dopo un’analisi di questo tipo, il portafoglio è in grado di riprendere nuovamente la propria gara oppure iniziare un nuovo percorso, ma sempre in eccellenza. Da non dimenticare, però, che a cadenze periodiche è necessario fare nuovi pit stop, questo è il mio consiglio.

Infatti nulla rimane immutato.

I passi di un modello di personal financial planning

Vale la pena ricordare che un buon modello di personal financial planning si compone di poche semplici regole e di una serie di supporti da utilizzare, spesso dimenticati anche dagli addetti ai lavori.

Innanzitutto il cliente dovrebbe sempre poter scegliere il proprio piano ottimale di accantonamento e pianificare i progetti finanziari della famiglia.
A riguardo, la nuova normativa Mifid regolamenta il grado d’informazione che deve essere trasferita al cliente a seconda della tipologia di rapporto che si intende instaurare tra cliente e istituzione finanziaria; deve essere fatta una valutazione accurata in base all’esperienza e al livello di conoscenza che il cliente ha degli strumenti d’investimento che si accinge a sottoscrivere; fondamentali sono anche le corrispondenti informazioni che lo stesso cliente mette a disposizione dell’intermediario, Banca o SIM, per qualificare la tipologia di rapporto scelta (si leggano in merito gli articoli sul tema, cfr.).
Soltanto seguendo tale iter l’esperienza del consulente finanziario, può far seguire l’individuazione dei trend del mercato, che spiegati al cliente, può essere reso compliant il portafoglio, con il profilo d’investimento del cliente. Si è così pronti a fornire un portafoglio di prodotti in linea con il profilo del cliente e con gli obiettivi del progetto.
Successivamente alla sottoscrizione il portafoglio selezionato viene sottoposto ad attento monitoraggio, allo scopo di accertare che l’investimento segua l’iter di crescita pianificato.
Se necessario, nel tempo si dovrà ribilanciare la strategia di asset allocation, tenendo conto dei mutati scenari di mercato e/o delle disponibilità patrimoniali del cliente.

Quindi un sistema tipico di supporto alla pianificazione si compone di:
• un’asset allocation che determina il portafoglio tipo, composto da indici rappresentativi dei mercati azionari e obbligazionari;
• un product picking che determina l’insieme di prodotti di risparmio gestito idonei ad ottimizzare le scelte consigliate;
• un sistema di monitoraggio, controllo e ribilanciamento, che segnala il rischio di non raggiungere l’obiettivo prefissato e suggerisce le modifiche da apportare al piano di investimento.