Governance da rifare o top management fuori dalla realtà


Non è più sola demagogia, sembra inevitabile che il sistema economico nel suo complesso sia a questo punto obbligato a spingere l’acceleratore sulla riscrittura di nuove regole, quindi a dover intervenire anche sui meccanismi di governance.

Tre sono i  fronti possibili su cui potrebbe essere opportuno lavorare: un codice etico aziendale, un maggior controllo da parte degli azionisti, e non da ultimo, un rafforzato ruolo per le Autority, finalizzato ad una moral suasion per interventi soprattutto di tipo preventivo.

Se prendiamo ad esempio i cda delle aziende quotate in Italia, vediamo che l’Osservatorio Spencer Stuart board index del 2008, evidenzia una seria necessità di ricambio dei consiglieri, anomalia che vede soltanto pochi di questi veramente indipendenti: molti sono spesso pagati dalla stessa azienda, per consulenze o cariche varie nelle società controllate; inoltre fanno parte dei board molti professori e professionisti, invece che manager aziendali. Altra particolarità emersa da questo osservatorio sono gli incarichi in capo ai sindaci: un vero e proprio cumulo, che fa salire la media degli incarichi, tra aziende quotate e non quotate, ad un numero mediamente doppio rispetto all’anno precedente.

Il fatto che la crisi finanziaria sia derivata anche da un problema di governance, abbiamo già avuto modo di evidenziarlo con un intervento di caratura più ampia in  “Governance e finanza, binomio imprescindibile” di questo sito: eccessivo accentramento decisionale nel top management, peraltro legato all’evidente distorsione di parametrare i lauti piani di stock options a risultati di breve periodo. Se prendiamo in esame il sistema bancario, dimensioni e metodi di calcolo delle remunerazioni fisse e variabili sono nell’occhio del ciclone, come sappiamo, alla luce degli imponenti piani di interventi statali in tutto il mondo: salvataggi di banche in crisi o soltanto volti a rafforzare semplicemente la loro solidità patrimoniale. Rinunciare a benefici economici così importanti non è però così semplice da far digerire.

Provvedimenti come il tetto di 500 mila dollari alle retribuzioni dei top manager dei gruppi USA, non sono altro che il tentativo di ottenere comportamenti più accettabili e più rispettosi degli interessi degli stakeholders. In Germania e in Svezia è stato chiesto ai banchieri che hanno ricevuto aiuti statali di limitare i loro compensi a non più di 500 mila euro. In Gran Bretagna, il Governo ha stabilito che le banche beneficiarie di aiuti pubblici non possono più premiare i massimi dirigenti. In Italia una direttiva della Banca d’Italia farà sì che le remunerazioni dei banchieri siano trasparenti e adeguate alle condizioni economiche e patrimoniali, ma soprattutto proiettate verso un orizzonte temporale di medio periodo, in modo da evidenziare le conseguenze delle azioni dei manager. In realtà andrebbe rifondato il rapporto tra manager e azionisti, collegandolo a obiettivi finali e intermedi, con uno split di incentivi e bonus in due fasi: a breve ed a lungo termine; in sostanza andrebbe data maggiore rilevanza alla stabilità del valore nel tempo dell’azienda. Non da ultimo, per evitare che lo stress test sui bilanci bancari ad opera di Basilea 2, vada a minare inevitabilmente lo status attuale e futuro delle banche mondiali, andrebbe accolto il suggerimento del Gruppo dei Trenta economisti capitanati da Paul Volcker, secondo i quali bisognerebbe “esprimere i coefficienti di riferimento in termini di intervallo di valori, anzichè in modo puntuale”: questo renderebbe maggiormente accettabili le variazioni degli indici di solvibilità derivanti dalle variazioni congiunturali, in una logica che dovrebbe spingersi, al pari che tutto il resto, verso finestre temporali più ampie di valutazione.