“bad bank” o “good bank”: soluzione strategica o politica?


Quanto mi accingo a fare è una semplice disamina tra quanto viene posto come soluzione in pancia al più ampio mosaico dei provvedimenti tampone alla crisi statunitense del Financial Stability Plan. Accanto al limite degli stipendi dei managers delle banche che ricorrono al denaro pubblico, per la parte relativa alle attività tossiche, inizia il lungo periodo di gestazione della cosiddetta “bad bank”. In modo assolutamente speculare, l’alternativa “good bank”, proposta dal Prof. Willem Buiter, ex appartenente al Comitato di Politica Monetaria della Banca d’Inghilterra.

Il modo con cui definire il ruolo di questa istituzione finanziaria governativa, “bad bank” o “good bank”, dipende sostanzialmente se al Governo (leggere in questo caso, “i fondi pubblici”) è dato di assorbire (meglio dire, di comprare) gli asset cosiddetti tossici e lasciare al sistema bancario quelli che performano, con l’obiettivo che prosegua il suo ruolo di erogazione del credito; la “bad bank”, ovviamente, rimane in vita fino ad esaurire il suo compito e poi si auto-liquida. Oppure se al Governo è dato di costituire una “good bank”, proposta dal Prof. Willem, per acquisire dal sistema bancario i soli asset performanti ed essere così in grado, essa stessa, di erogare nuovi prestiti al sistema; le rispettive banche, cui rimarrebbero gli asset tossici, avrebbero lo scopo di recuperare dal mercato queste attività e successivamente di liquidarle.

Non è sicuramente di facile soluzione, dato che storicamente, in casi simili, si è proceduto sempre con la costituzione di una “bad bank”. Appariva già evidente un problema contabile, già sollevato per la valutazione di tali titoli nei bilanci in generale, e accennato in un altro articolo di questo sito (“Governance e finanza, binomio imprescindibile”). Se per la “bad bank” i titoli acquistati vengono valutati ad un prezzo più alto di quello reale, i contribuenti verrebbero a pagare, con la futura imposizione fiscale, più del dovuto; se invece il prezzo fosse più basso di quello effettivo, allora sarebbero le banche a dover sopportare più oneri, quindi avrebbero necessità di più fondi per ricapitalizzarsi. Inoltre, è cosa da non trascurare il problema della successiva vendita di questi titoli tossici sul mercato: infatti se i futuri acquirenti, riuscissero a spuntare un prezzo troppo basso, sarebbero di nuovo i contribuenti a subirne le conseguenze, alternativamente se fosse troppo alto, il sistema si bloccherebbe.

Bel dilemma.