Mifid e Lehman


Tutto parte da un piacevole scambio di battute con un giovane avvocato, durante una colazione domenicale. E’ bastato scambiare un paio di idee sulla situazione in generale, per andare subito al nocciolo della questione: l’importanza del rapporto, la trasparenza e le responsabilità che il sistema finanziario retail deve assumersi. Infatti da quelle brevi riflessioni è stato immediato il nostro collegamento, che sicuramente è di molti, di rivivere episodi già vissuti: i crack dei bonds argentini, Parmalat e Cirio.

La sostanza non cambia, un default che coinvolge una serie di interlocutori e come al solito anche il cliente finale, colui che ha sottoscritto titoli/prodotti d’investimento.
Ora però la situazione è ben diversa e per varie ragioni, vediamola da più vicino.
Per il primo dei tre episodi, le allora Agenzie di rating, avevano declassato via via i bond, con rating decrescenti. Al cliente finale, il sistema delle banche e degli intermediari spesso non aveva fatto neanche firmare la documentazione che ne attestava la riduzione del merito di credito. Questo è stato il motivo per cui sono state percorse le ben note azioni legali.

Ora cosa è cambiato con Lehman?
Innanzitutto, la citata banca d’investimento ha conservato il rating di investment grade fino alla fine, ma conveniamo tutti che è indubbio che vi fosse un sistema bancario non proprio al buio del suo coinvolgimento con i mutui sub-prime. D’altro canto i clienti avevano sicuramente fugato eventuali dubbi in merito, per il fatto che i bonds Lehman erano nella lista Patti Chiari, addirittura come titoli a basso rischio.

Con la normativa Mifid sono stati introdotti, dal mese di novembre 2007, due concetti relativi alla valutazione dell’operazione di sottoscrizione: l’appropriatezza e l’adeguatezza . Questa circostanza ha creato una frattura rispetto al passato.

Ante Mifid, la valutazione di adeguadezza della sottoscrizione del titolo/prodotto poteva essere in ogni caso avallata dalla firma del cliente, con una dichiarazione apposita. Ora con la normativa Mifid, sono possibili due forme di rapporto banca/istituzione finanziaria e cliente:

– se il rapporto è di solo collocamento, il cliente è obbligato a dichiarare se conosce il titolo/strumento d’investimento, cioè deve essere valutata l’adeguatezza dell’operazione;

– se il rapporto è di consulenza, ancor di più, l’intermediario deve raccogliere tutte le possibili informazioni del cliente, per effettuare la valutazione del profilo di rischio. Questo comporta una vera e propria responsabilità dell’intermediario, che si esprime con un vero e proprio divieto a far sottoscrivere al cliente un titolo/prodotto, qualora non corrisponda al suo profilo.

Quindi cosa dire a riguardo, in un contesto come quello di Lehman e similari? Intendo soprattutto rispetto all’adeguamento di questo duplice modello di relazione tra istituzioni finanziarie e cliente finale (collocamento/consulenza con valutazione di adeguatezza/appropriatezza).

Dico questo perchè l’intero sistema finanziario ha formalmente completato il 30 giugno di questo anno l’adeguamento per i rapporti già in essere, quindi per i titoli/prodotti già sottoscritti dai clienti. Da quanto accaduto, soprattutto per aver disatteso la trasparenza e qualità d’informazione, a mio modesto parere, dovrà scaturire un modo diverso di comportamento, che salva le istituzioni che si fanno carico dei loro dimostrabili errori di valutazione, a scapito delle altre, che in barba a tutto e tutti, vogliano ignorare l’evidenza di una relazione non sempre chiara, così come l’impianto normativo vuole.