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P/U (prezzo/utile), una bussola per le aspettative di crescita
Il rapporto prezzo/utile P/U o frequentemente detto price/ernings, rappresenta uno strumento si elementare, ma molto utile di valutazione del titolo, spesso anche rappresentato nelle pagine economiche dei giornali finanziari. Il problema della valutazione è tenere aggiornato il fair value dell’azione, sempre nell’ottica di un approccio razionale.
P/U = 1/(i+r-g)
P è il prezzo del titolo, U è l’utile, g è il tasso di crescita dei profitti attesi, i è il tasso di un Btp di lungo periodo, r è il premio al rischio che l’investimento in azioni ha rispetto a un titolo a rischio zero (diciamo un titolo di stato)
Partiamo dalla nota metodologica: tanto è più basso questo rapporto P/U, tanto sarà prospetticamente interessante il titolo in oggetto. Il motivo è semplicissimo: se l’utile generato (U) è alto, minore è il tempo che ci vorrà per recuperare il valore pagato per acquistare il titolo, al prezzo (P).
Quindi andremo a prendere in considerazione titoli con P/U con valore basso rispetto alle aziende di settore simile a quallo di cui ci accingiamo a fare la nostra valutazione.
Un titolo, però, va inquadrato in un’ottica più ampia nella determinazione del suo fair value, in quanto dipende dal combinato disposto di tre variabili: l’attesa sui tassi di lungo periodo, la propensione al rischio di chi investe, le stime sugli utili futuri dell’azienda. E’ per questo che la rappresentazione della formula sopra riportata acquisisce valore nella scelta dinamica di un titolo. Infatti due dei tre fattori sono a denominatore: il tasso del Btp (i) e il premio al rischio (r); se questi salgono il P/U sarà più basso, quindi attraente; in modo speculare lo stesso risultato si ottiene se il tasso di crescita dei profitti attesi (g) è previsto in diminuzione.
La scienza “(non) esatta” di Gonzales: andiamo verso la pianificazione degli obiettivi
La “piramide del patrimonio” è l’unica strada per una corretta analisi dei bisogni dei clienti, per correlare obiettivi/tempi/strumenti disponibili sul mercato, dopo un’accurata scelta di pianificazione (vedi articolo di questo sito http://goo.gl/r9hs “INVESTIMENTO: PIANIFICAZIONE OGGETTIVA o SEMPLICE SCOMMESSA).
Sono da sfuggire, invece, tutte le “scienze” più o meno esatte. Devono prendersi in esame le metologie sane per l’ottimale utilizzo dei parametri oggettivi di scelta, mai quei consigli del consulente del “banco di Machu Pichu”, di questo simpatico video
Etf di seconda, terza generazione oppure tradizionali prodotti gestiti?
Un ETF è un fondo, scambiato sul mercato come una normale azione. Il patrimonio di questo fondo è investito in un paniere di titoli corrispondente ad un benchmark.
Un’azione, invece, è la frazione minima del capitale sociale di un’azienda. ll possesso di azioni implica la partecipazione all’attività della società e la riscossione di una parte dell’utile della società (dividendi). Un’obbligazione altro non è che un debito che l’investitore acquista. Comprando questo debito, ha diritto di ricevere pagamenti periodici a titolo di interesse ed il rimborso del capitale a scadenza.
Quando si acquista una singola obbligazione o azione ci si lega fortemente all’emittente, all’azienda e alle sue vicende. Fino a che tale emittente resterà solvente, si incasseranno gli interessi e si riceverà il capitale a scadenza, se parliamo di un’obbligazione. Oppure con un’azione si godranno i diritti di azionista con le rivalutazioni e svalutazioni.
Quando si acquista un titolo obbligazionario decennale, dopo cinque anni questo sarà un titolo quinquennale. Dopo nove, sarà un titolo annuale e così via. Riguardo ad un ETF, invece, la cosa è diversa: investe in un paniere di azioni o di obbligazioni in modo da replicare il benchmark. Se, ad esempio, il benchmark è un gruppo di titoli di stato decennali (obbligazioni), l’ETF dopo cinque, dieci, quindici anni sarà sempre un ETF con in portafoglio titoli di stato decennali. Infatti, ad intervalli regolari l’ETF cede le obbligazioni in portafoglio e le sostituisce con nuovi titoli decennali, in modo da mantenere costante la duration.
L’industria della finanza ha dato alla luce ad ulteriori Etf, con lo scopo di aumentare la raffinatezza della gestione nel tempo, ma avvicinandosi via via a quello che già in precedenza esisteva, il fondo comune d’investimento.
Infatti vengono definiti Etf di seconda generazione quelli che applicano dei modelli di scelta dei titoli che non vanno a replicare soltanto il benchmark, ma che valutano i cosiddetti fondamentali delle aziende rappresentate dai titoli. Un passo in avanti dalla filosofia di base dello strumento Etf, che vedeva la replicazione del benchmark come punto di forza, capace di assicurare un bassissimo costo di gestione, proprio per la sua assoluta assenza di attività di gestione. In pratica il passo in avanti ha cominciato a produrre così un più marcato avvicinamento ai fondi comuni d’investimento, peculiari per una spiccata attività di gestione, più o meno attiva,e quindi con costi gestionali superiori.
Il mercato degli operatori, come per tutti i prodotti da commercializzare, ha però bisogno di differenziare il prodotto “forse” proprio in un’ottica marketing. Un po’ per questo, ma anche per aumentarne la raffinatezza gestionale, vengono alla luce gli Etf di terza generazione. Questi strumenti sono molto distanti dai loro antenati Etf (di prima generazione), i fondi indice. Infatti nel caso di quelli di terza generazione il modello matematico di gestione include, oltre ai fondamentali, anche fattori relativi al potenziale di crescita, al rischio, al sentiment ed a molte altre variabili di mercato.
A questo punto, snaturato dell’originale assenza gestionale, l’Etf di terza generazione si avvicina, nel concetto e nella pratica, al fondo comune d’investimento. Conserva sicuramente una caratteristica di maggiore economicità commissionale nella gestione, ma ci potremmo domandare quale sia veramente il vantaggio rispetto ai vecchi cugini. L’aspetto economico è importante, ma ci si affida ad un modello gestionale complesso, che al pari di quello di un team che gestisce un fondo comune, con i suoi i limiti oppure i suoi plus insiti nelle capacità e nelle diversità dei team, con l’applicazione di modelli e le varie conoscenze nella gestione. Non dobbiamo dimenticare una lunga tradizione ed una estrema professionalità di alcune case di gestione: vantano performances eccellenti, superiori per valore e continuità, a qualsiasi benchmark puro e semplice.
Forse il risparmio gestito vive soltanto il proprio limite nella necessità di remunerare le reti di vendita di banche o SIM, limite che potrebbe essere un vantaggio nella misura in cui tale costo sia in grado di assicurare una reale consulenza all’investitore, vantaggio competitivo nell’analisi delle esigenze, al di là della semplice scelta qualitativa degli strumenti.
Questo è un tema molto ampio e complesso, che va oltre l’applicazione dell’impianto normativo della Mifid, ma che lo rispecchia sicuramente. La problematica va calata, a parer mio, soprattutto sulla professionalità e sulle conoscenze dell’interlocutore con cui il risparmiatore/investitore si trova ad avere a che fare. Fin quando la sua remunerazione è fortemente vincolata al prodotto oppure alle asset class che colloca, il conflitto d’interesse avrà sempre la meglio.
Se la consulenza pura può rappresentare il punto di arrivo, ma a parer mio solo ideale, nella pratica operativa sganciare il consulente dalle sole provvigioni di collocamento o gestionali, assicurandogli un rapporto lavorativo più stabile ed alle dirette dipendenze dell’intermediario, può essere per l’investitore uno step accettabile di affidabilità comportamentale dello stesso. Il tutto a patto che ci sia sempre una verifica del bagaglio culturale e tecnico del proprio interlocutore, che opera per l’intermediario con cui ci si relaziona.
Bilancio statale, bilancio d’impresa
In un momento di crisi finanziaria, qualsiasi Paese, ha a che fare con una situazione che si caratterizza in larga misura per un’emergenza degli strumenti monetari, quindi dei crediti. Vediamo perchè.
Nell’attivo del bilancio di uno Stato ci sono i beni materiali ed il patrimonio in denaro (M1, M2, M3 più gli investimenti finanziari in denaro); tra le passività troviamo il patrimonio netto ed i debiti dello Stato, di qualsiasi natura.
La crisi comporta una situazione d’emergenza per quanto riguarda proprio gli strumenti monetari e gli investimenti in denaro dell’attivo, che vengono così a scendere, e per cui ne subiscono le conseguenze anche gli stessi crediti con cui sono controfinanziati.
A questo punto, come un’azienda privata che ha il suo bilancio che obbedisce alle stesse regole, si crea la necessità di vendere i beni materiali del patrimonio, come qualsiasi debitore. Ma la conseguenza, a questo punto, è che il patrimonio netto si assottiglia a sua volta per il crollo del valore dei beni patrimoniali stessi. A farne le spese è il PIL del Paese che così scende: infatti le aziende sono costrette a ridurre il proprio costo del lavoro, dato che si riduce il patrimonio netto. Dall’altra parte ci sono quindi i consumatori che hanno più difficoltà ad accedere al credito; quindi come risultato ultimo si innesca un calo dei consumi e degli investimenti lordi delle aziende, che determina a catena un calo del PIL dell’intero Paese.
Quali sono le manovre che il sistema può portare avanti?
Le Banche Centrali, preposte a gli equilibri del sistema, sono costrette ad aumentare l’offerta di moneta mediante operazioni nel settore degli investimenti: acquisto di obbligazioni ad esempio. Questo ha l’effetto di stabilizzare il mercato dei capitali ed aumentare di nuovo la quantità di denaro in circolazione, che serve a compensare il calo di domanda di beni di consumo. Da non considerare marginale in tutto questo è che di norma, questa domanda finale, viene incentivata anche con un intervento dei Governi, mediante un aumento della spesa statale, che incentiva occupazione e consumi.
Liquidabilità, focus su immobili e qualsiasi altra forma di asset
Prediligere lo spostamento nel tempo dei propri asset su gli immobili può considerarsi sicuramente interessante, ma se andiamo ad analizzarlo è paragonabile a tanti altri.
In un’ottica di corretta pianificazione delle proporzioni patrimoniali (ndr “liquidità/riserva/investimento/sicurezza”) ritengo sia una parte importante dell’asset complessivo di un individuo o di un nucleo familiare, anzi quella che per valore ha la maggiore percentuale; se diciamo complessivo, vuol dire però che non è l’unica forma: ogni attività va distribuita lungo le specifiche, rispettive tempistiche di redditività ottimale, con la massima attenzione alle corrispondenti esigenze di liquidabilità personale, in relazione a gli impegni di vita pianificati.
Per questo è doveroso fare alcune precisazioni sull’opportunità di impiegare ingenti disponibilità su asset immobiliari, che vivono un loro virtuosismo solo nel momento in cui ne sono una parte, seppur importante, con la coscienza e la consapevolezza della tempistica media di liquidabilità, di messa a vendita a valore di mercato. Soltanto in fase di realizzazione, quindi al momento della vendita, è possibile fare un calcolo della redditività ottenuta.
Per gli immobili può accadere, infatti, che gli si attribuiscano valutazioni di un certo tipo, ma queste non rappresentano un “prezzo” formato, dato che può accadere che non è presente un acquirente disposto a pagarlo: in pratica, quel valore non rappresenta un “prezzo”, l’incontro tra domanda e offerta non si è realizzato: ecco che così si deve procedere ad una “svendita” oppure ad una “non vendita”; viene a presentarsi quello che possiamo definire un problema di liquidabilità, che dobbiamo necessariamente contemperare rispetto alla redditività economica del bene stesso, dato che pensare a un bene che abbiamo pagato 50, che diciamo che vale 100, ma la negoziabilità dello stesso ci assicura 70, porta verso un trade-off decisionale che possiamo delineare soltanto in relazione alla personale necessità di realizzare un fabbisogno di cassa, pena la ricerca di fonti liquide più o meno onerose.
Quindi ecco presentarsi ciò che accennavo come “il problema della liquidabilità di un investimento”, fondamentale, perchè monetizzare è al centro di ogni progetto di soddisfazione dei bisogni.
Tale problematica allo stesso modo si viene a presentare per altre forme di utilizzo del denaro: vedi i titoli che “non hanno mercato”, perchè poco liquidi e quindi vendibili solo a prezzi inferiori alla quotazione; oppure nel caso di forme di accantonamento assicurative che vengono collocate presso i risparmiatori e per le quali le Compagnie di assicurazione riescono a fornire quasi sempre un valore nominale, ma spesso lontano da quello di smobilizzo, a causa di “improbabili” meccanismi contrattuali, nonostante si presume siano stati condivisi in sede di sottoscrizione.
Quindi prima di tornare alla disamina di alcuni importanti altri aspetti della redditività degli immobili, ritengo fondamentale porre l’attenzione sulla liquidabilità oggettiva in qualsiasi momento, ai prezzi di mercato dichiarati, per qualsiasi forma di utilizzo si voglia prendere in considerazione; questo è un concetto essenziale che qualsiasi risparmiatore dovrebbe percorrere, e per questo deve essere ben assistito. Ritengo siano finiti, o stiano finendo, i tempi di scarsa trasparenza nel collocamento di asset presso i risparmiatori.
Quindi è sempre importante tener presente che un asset:
- sia liquidabile nella sua natura contrattuale
- sia poi negoziabile al “giusto” prezzo nominale espresso (ci sia mercato)
- conservi l’opportunità economica a rimanere in portafoglio; bisogna conoscerne le caratteristiche tecnico-contrattuali nello specifico.
La parte centrale dell’articolo sono gli immobili, che nella proprietà fisica, come beni tangibili e da amministrare spesso in prima persona, evidenziano alcune problematiche anche su altri aspetti.
Le prospettive di crescita di valore di un immobile possono considerarsi buone, ma questa attività se fatta di persona comporta un discreto impegno, che deve essere continuo e sotto certi punti di vista potrebbe anche non essere perfettamente conciliabile con quello che si può pensare a prima vista con un’idea di “flusso di reddito”.
Secondo studi effettuati (fonte Etf Securities), gli immobili negli ultimi 10 anni sono al terzo posto per redditività annualizzata in dollari a livello globale; mentre al primo posto troviamo il metallo giallo, al secondo le obbligazioni, al quarto il cash e all’ultimo le azioni Usa.
La più immediata forma di “messa a reddito” per un immobile è spesso individuata dai più nella locazione; in quest’ottica va portata avanti l’analisi, accanto alla prospettiva di rivalutazione dell’immobile e al valore dei flussi monetari dei canoni netti percepibili. Poi conviene aggiungere alcuni fattori specifici dell’immobile, come le caratteristiche fisiche, l’ubicazione, la solvibilità del locatario, così come la durata del contratto di locazione ed il contesto legislativo, non da ultimo.
E’ importante soffermarsi sulle voci attive in ragione della somma degli affitti percepiti o percepibili e sulla rivalutazione nel tempo dell’immobile stesso, insieme al fatto di ricevere nel tempo una gratificazione personale per il possesso; è doveroso considerare anche la manifestazione di voci passive come le spese di manutenzione, le spese condominiali, le tasse, con un’inevitabile evoluzione normativa; non si deve sottovalutare il costo per il finanziamento bancario, spesso necessario per l’acquisto dell’immobile e che ammonta che incide per qualche punto percentuale: tutte queste voci vanno sottratte alla redditività ottenibile, cioè alle poste positive.
Spesso ci si viene a trovare di fronte a troppi vincoli, troppe tasse e prezzi mediamente sopravalutati, proprio come le altre attività finanziarie, quando si dice che si è in momenti di “bolla speculativa”: in acquisto, già un 10% viene ad essere pagato tra imposta di registro, catastale e ipotecaria, oltre alle commissioni di intermediazione di presunte agenzie cui spesso ci si è costretti a rivolgersi; proprio nei caso di locazione, non di rado ci si imbatte nel grosso problema di non riuscire a liberarsi dell’inquilino occupanti.
Problematiche del genere dovrebbero far riflettere e far propendere a forme di locazioni a carattere commerciale, così sembra consiglino gli esperti per riuscire a spuntare anche canoni più alti e spesso con un minor deterioramento nel tempo dell’immobile.
Certo è che la redditività media, sempre secondo gli esperti di questo settore, pare non riesca a superare il 3% lordo annuo. Gli immobili hanno la capacità a rivalutarsi mediamente in modo più o meno omogeneo e trasversale, ma con differenze nelle varie tipologie: in questo differiscono abbastanza da altri modelli di impiego del patrimonio, perchè la loro gestione è affrontabile quasi da tutti, senza specifiche conoscenze tecniche, anche se l’evoluzione normativa richiede comunque attenzione; infatti nel caso di impieghi finanziari, molto conta la qualità dell’interlocutore e quindi le scelte che si fanno nel tempo. Non è soltanto mio parere, ma fanno seriamente la differenza; nel modo finaziario i titoli a reddito variabile, a reddito fisso ed anche oro e commodities come abbiamo visto, riescono a battere molto spesso i valori di performance degli immobili, nel lungo periodo, e con un calcolo annualizzato.
Il risultato complessivo della tenuta del patrimonio immobiliare, come la stessa liquidabilità cambia spesso in base al prestigio e alla location; per cui immobili di prestigio hanno quotazioni che si discostano dalla media, così come nell’ambito della finanza le valorizzazioni ed i risultati non sono assolutamente tutti uguali, dal nostro canto si è parlato comunque di medie a livello mondiale.
Pit stop per i propri investimenti: cruciale e sottovalutato
Senza lasciarsi dietro speranze di ripresa, non importa se già timidamente venute alla luce o inevitabilmente slittate a fine di questo anno o forse più, l’investitore dovrebbe riflettere su due fronti: quando cominciare a uscire dal suo portafoglio, liquido o quasi, che a ragione ha predominato in questo periodo; analizzare quali siano i punti di debolezza della propria impostazione, per farsi trovare con il piede giusto non appena i segnali della tempesta sembrano svanire all’orizzonte.
Stiamo parlando di un vero e proprio pit stop per i propri investimenti!
Se è dimostrato che nel lungo periodo il risultato dipende grandemente dalla ripartizione delle risorse (asset allocation), è doveroso comunque confrontarsi anche nel breve con criteri basilari che dipendono dal quadro economico. Per la parte del portafoglio che allochiamo in equity:
- nelle fasi di espansione sono energia, materie prime, beni capitali e d’investimento, consumi ciclici e sicuramente l’hi-tech a tirare di più
- nelle fasi di rallentamento i settori su cui puntare sono i finanziari e le utilities
- in momenti caratterizzati da recessione, salute e consumi di base sono ad essere trainanti (titoli value)
Dopo una doverosa analisi sulla ripartizione delle risorse, in base ai personali obiettivi di vita (per questo rimando ad un’attenta lettura degli articoli di questo sito ->)
- “investimento: pianificazione oggettiva o semplice scommessa?“
- “approccio metodologico alla pianificazione finanziaria“
- “i passi di un modello di personal financial planning“
il concetto da cui dover sempre partire è la cosiddetta propensione al rischio.
Vediamo le motivazioni per cui, ai nostri fini, questa importante variabile è così importante:
- riassume concretamente, più di ogni altra cosa, le aspettative individuali sulla base della propria esperienza d’investitore
- rappresenta “il modo” con cui arrivare alla meta, cioè la personale sopportabilità a vedere modificato il valore del patrimonio, lungo la finestra di periodo prefissata
- non da ultimo, perchè è importante mantenere inalterato il rapporto rischio/rendimento con il variare dei mutamenti congiunturali di mercato; questo obiettivo va perseguito attraverso opportune rimodulazioni tra equity/reddito fisso/liquidità, a meno che non si voglia sopportare un forzato allungamento dell’orizzonte temporale d’investimento.
Definita correttamente questa parte, l’attenzione si deve spostare sul confronto dei prodotti d’investimento utilizzati, sempre e soltanto in relazione a gli indici che ne misurano l’efficienza, questo per essere sicuri di avere un portafoglio di qualità.
Ritengo debba essere comunque chiaro, che qualora non si abbiano a disposizione gli strumenti per operare in autonomia, si dovrebbe “pretendere” che lo faccia il proprio consulente d’investimento. Qui si dovrebbe aprire una discussione a parte, ma non è il caso di iniziarla per la finalità di questo articolo. Infatti, come in tutte le altre professioni non basta avere la qualifica, direi anzi che è inevitabile il fatto che la corretta applicazione delle capacità tecniche e relazionali dipendono dalla preparazione del singolo e dai supporti utilizzati, al pari del legale o del medico che assiste il proprio interlocutore.
Quindi, per una corretta valutazione dei prodotti presenti in portafoglio e solo dopo aver fatto l’analisi di asset allocation in linea con il profilo, va utilizzato un metodo oggettivo/quantitativo.
- Partiamo dal fatto che nell’asset allocation di portafoglio già abbiamo stabilito dei benchmark, cioè degli indici di riferimento riguardo la scelta di diversificazione che è stata reputata opportuna.
- A questo punto l’attenzione va sul singolo mercato scelto. Infatti valutiamo il cosiddetto rischio sistemico presente nel prodotto, rispetto al mercato di riferimento; soccorre a questo scopo il coefficiente Beta, che valuta quanto varia il fondo congiuntamente al mercato, in seguito a movimenti di quest’ultimo. Dato che il Beta di mercato è pari a valore 1, se il prodotto d’investimento ha beta 1,1 indica che può ottenere una performance del 10% migliore rispetto all’indice di mercato se questo è al rialzo, oppure peggiore del 10% se è al ribasso. Al contrario, un beta di 0,85 indica che il fondo può conseguire una performance del 15% peggiore rispetto al rendimento atteso dell’indice di mercato in fasi rialziste, oppure del 15% migliore in fasi ribassiste (cfr glossario Morningstar.it)
- Dalla valutazione del Beta passiamo a valutare se il gestore del fondo è abile nello stock picking, cioè nella capacità a creare valore aggiunto. Qui viene in nostro aiuto il coefficiente Alpha. Questo rappresenta la misura della variazione (maggiore o minore) della performance di un fondo rispetto al suo valore atteso, calcolato in funzione del rischio assunto dal fondo e misurato con il Beta del punto 2 (cfr glossario Morningstar.it).
- Diventa importante, a questo punto, capire se il gestore è in grado di sovraperformare quel benchmark che in prima istanza abbiamo scelto per la nostra asset allocation e che quindi siamo andati a ricercare nel prodotto d’investimento -> N.B. ricordiamo che questo è un passo fondamentale, una sequenza logico/operativa spesso trascurata! Molti consulenti scelgono ancora oggi il fondo d’investimento, per i propri clienti, in base al nome!. In particolare viene in nostro aiuto un altro coefficiente, l’Information Ratio. Questo valuta esattamente la capacità di sovraperformare il benchmark, proprio in relazione al rischio assunto dal fondo stesso. L’Information Ratio si differenzia dall’indice di Sharpe perché confronta il rendimento del portafoglio con il rendimento del benchmark di riferimento, anziché con il rendimento dell’investimento privo di rischio (bot a tre mesi), ai nostri fini da preferire. Infatti viene calcolato rapportando il differenziale di rendimento tra fondo e indice di riferimento, con la Tracking Error Volatility (TEV) a denominatore; questa indica la volatilità dei rendimenti differenziali di un fondo rispetto ad un indice di riferimento (cfr glossario Morningstar.it); per cui a TEV più elevati corrispondono gestori più indipendenti rispetto all’indice di riferimento.
Dopo un’analisi di questo tipo, il portafoglio è in grado di riprendere nuovamente la propria gara oppure iniziare un nuovo percorso, ma sempre in eccellenza. Da non dimenticare, però, che a cadenze periodiche è necessario fare nuovi pit stop, questo è il mio consiglio.
Infatti nulla rimane immutato.
Abs, Cdo, Cds strumenti in una spirale senza controlli
Parlare di Abs (Asset backed securities), Cdo (Collarized debt obbligation) o Cds (Credit default swap) potrebbe sembrare volerci cimentare in un’asettica lezione di finanza .
Così non è, almeno farò in modo che non lo sia, dato che appositamente li nomino perchè strumenti utilizzati tra i grandi operatori, veicolo della tempesta scatenata sui mercati finanziari, e ancora attuale.
Dopo una premessa siffatta, vi traccio una sequenza logico/temporale che ci aiuta a inquadrare l’argomento.
Le abitazioni negli Stati Uniti vedono calare i loro prezzi nel tempo, dopo un periodo di crescita inarrestabile. Parallelamente, la Banca centrale Americana (Fed) è costretta ad aumentare i tassi per far fronte alle dinamiche monetarie, con una sequenza di rialzi, dall’1% del 2004 al 5,25% del 2006: questa asimmetria ha avuto la conseguenza di portare alla luce quell’enorme patata bollente dei mutui subprime, rilasciati a clienti ritenuti poco solvibili.
In sostanza, il prezzo da pagare per il rimborso dei mutui da parte di coloro che si sono indebitati è diventato via via insostenibile, tra l’altro prima per questi clienti poco solvibili, ma poi anche per le famiglie ritenute più solide.
Il problema quale è stato?
Le cartolarizzazioni di questi mutui, impacchettati dalle stesse banche in obbligazioni dette Abs (Asset backed securities) e cedute ad altri investitori, tra l’altro e purtroppo, anche all’interno di strumenti per gli investitori finali, cosiddetti retail.
Ma la cosa non finisce qui.
Infatti le stesse obbligazioni Abs sono state ancora una volta re-impacchettate all’interno di altre obbligazioni dette appunto Cdo (Collarized debt obbligation). Quindi l’obiettivo di frazionare concettualmente/praticamente i rischi che inizialmente le istituzioni finanziare emittenti si erano poste con le cartolarizzazioni dei mutui, si è risolta in una sequela di scatole cinesi, per cui il rischio subprime è arrivato in tutto il mondo attraverso queste obbligazioni.
Queste obbligazioni sono state acquistate da istituzioni finanziarie sfruttando una forte leva di indebitamento, e utilizzando società cosiddette veicolo, esterne alle stesse.
Questa leva ha generato un effetto moltiplicativo, consentendo grandi guadagni nei bilanci e di cui hanno beneficiato fino allo scoperchiarsi della pentola.
Infatti, scoppiata la crisi dei mancati rimborsi delle rate dei mutui e dei conseguenti pignoramenti, ai prezzi ormai svalutati delle case, le obbligazioni agganciate a tutte le operazioni descritte, hanno messo in crisi il sistema, perchè sono crollati a loro volta i prezzi di queste obbligazioni. Il crollo di tali prezzi e la necessità di salvataggio delle società cosiddette veicolo, ha ingenerato svalutazioni e perdite per tutti gli operatori che le avevano acquistate, tale da riflettersi nei loro bilanci, le cui attività trovano espressione nel valore del market to market.
Ecco apparire un altro elemento del mosaico: i Cds (Credit default swap). Infatti gli investitori da qualche anno, all’incirca dal 2000, per garantirsi il pagamento delle obbligazioni utilizzano questa forma di copertura contro l’insolvenza. Cioè chi compra Cds paga un premio a una controparte per garantirsi contro il default del titolo obbligazionario che detiene in portafoglio.
A tal proposito non possiamo non tornare a qualche anno addietro, il 2005 in particolare, quando Alan Greenspan metteva in guardia la comunità finanziaria affermando che “il trasferimento del rischio attraverso il mercato dei derivati è efficace solo se la parte che si assume questo rischio è effettivamente in grado di sostenerlo”. Ebbene rispetto al garantirsi i default di obbligazioni a rischio, il sistema ha costruito un volume tale di questi strumenti pari a 55.000 miliardi di dollari alla fine del 2007, ammontare che supera addirittura il PIL mondiale.
Tengo a precisare, che gli strumenti come i derivati, nascono solitamente per la copertura e diversificazione dei rischi; ne è stato fatto però uno sconsiderato utilizzo nei volumi, tale da arrivare a 531.000 miliardi di dollari se sommati a tutti gli altri tipi di derivati in circolazione, che se lo mettiamo a paragone del PIL mondiale, ne capiamo le proporzioni. Quindi se sane sono le finalità per cui vengono concepiti, per motivi solo speculativi, vengono a moltiplicarsi.
Strumenti di copertura come i Cds, per quanto riguarda la nostra analisi, poi risultano essere addirittura fuori dalla negoziazione sulle Borse finanziarie regolamentate, quindi vittime dell’assenza a livello planetario, di veri controlli sul loro utilizzo. A questo si deve aggiungere che ad emetterli sono istituzioni finanziarie le più disparate e che le stesse Autorità di vigilanza non hanno ancora imposto la presenza di una “controparte centrale”, un garante, capace di assicurare il buon esito di queste transazioni.
Da qui in poi, la storia la conosciamo perfettamente, fino a viverla ai nostri giorni.
“sul PIL” di Robert Kennedy
Quanto mai attuale e pieno di significato questo discorso, che Robert Kennedy fece il 18 marzo del 1968 – Università del Kansas, su un argomento tanto attuale, in tutti i suoi risvolti, il PIL (Prodotto Interno Lordo).
Non troveremo mai un fine per la Nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napal, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.
(Robert Kennedy)
Governance e finanza, binomio imprescindibile

Quanto è accaduto, e quanto sta ancora accadendo, nei mercati finanziari, riporta alla luce non troppo vecchi interrogativi in tema di:
- assetti di governo societario,
- sistemi di controllo interno,
- trasparenza informativa
- sana e prudente gestione degli intermediari, ecc …
Principi come il true and fair view, da sempre ispiratore degli IAS/IFRS, così come quello della prevalenza della sostanza sulla forma, ispiratore della riforma del diritto societario in Italia, sono ogni volta stressati, se non smentiti, di fronte a rappresentazioni contabili (e relative certificazioni) di aziende apparentemente sane, ma sostanzialmente affette da patologie latenti.
Sorgono sempre più dubbi sulla veridicità dei conti, alla luce del fatto che i report annuali non fanno altro che indicare spesso buone situazioni finanziarie, quando il management è al corrente, di più di quanto emerge dai conti stessi. Quello della corretta informativa è uno degli obiettivi portanti a cui i modelli di corporate governance devono puntare.
Ma cosa è la corporate governance?
Tante sono le definizioni presenti in letteratura. Sinteticamente e funzionalmente rispetto agli obiettivi del presente documento, è possibile concepire la corporate governance come l’insieme delle regole, strutture e meccanismi attraverso cui il management orienta l’attività aziendale, e attraverso cui vengono tutelati gli interessi degli stakeholder di riferimento (questa definizione si ispira alle cosiddette “visioni allargate di corporate governance”).
Questo vuole dire che i modelli di corporate governance non sono indipendenti dagli stakeholder di riferimento, anzi prorpio questi determinano gli interessi rilevanti. Se però questi interessi non sono adeguatamente bilanciati, e se l’assetto di corporate governance non riesce a tutelarli nella loro interezza, allora possono nascere degli sbilanciamenti di poteri tesi a inficiare i principi etici alla base di una finanza che tale potrebbe non definirsi. Sono numerosi e complessi i fenomeni che minacciano la governance aziendale. Tra questi basti pensare all’eccessivo accentramento decisionale del top management nelle pubblic company, dove spesso la relativa remunerazione è correlata a specifici piani di stock options. Altro fenomeno ben conosciuto è la forte interessenza tra servizi di accounting, auditing, e counsalting che in passato ha visto minacciare l’indipendenza del giudizio espresso dai revisori contabili sul bilancio di importanti gruppi quotati.
Queste appena espresse sono solo alcune delle dinamiche che possono minacciare gli assetti di governo societario di un’azienda.
Meritano però attenzioni anche le conseguenze derivanti da un altro fenomeno che oggi più di ieri influisce sul governo d’impresa: si tratta della sempre più ampia internazionalizzazione dei mercati finanziari e della crescente operatività transfrontaliera di molti intermediari e investitori istituzionali. Le aziende quotate devono sempre più fare i conti con una compagine azionaria che può essere fortemente eterogenea.
Il governo aziendale può quindi risentire ed essere condizionato da interessi estremamente diversi comunque presenti nei possessori di capitale di rischio. Gli investitori istituzionali infatti possono avere logiche di investimento fortemente discordanti, soprattutto se messe a confronto sul piano temporale. Fondi pensione, hedge funds, fondi di private equity, sovereing found e quant’altro, tutti con obiettivi di guadagno, hanno differenti visioni per quanto riguarda l’orizzonte temporale di ritorno degli investimenti, e connesse tecniche di ingegneria finanziaria per la copertura dei rischi. Proprio la possibilità di dover tener conto di interessi rilevanti estremamente eterogenei tra loro fa si che si aggiunga un’altra potenziale minaccia al modello di governance.
Così accade che il modello adottato dipende e varia in funzione di quelli che si ritengono essere gli interessi rilevanti (del momento). La progettazione stessa degli strumenti di tutela dipende proprio dal modello scelto.
Anche se le considerazioni appena espresse si traducono in reali difficoltà nel governo d’impresa, questo non significa che mutino gli obiettivi di corporate governance.
Infatti i modelli di corporate governance, più o meno statici (o dinamici) e più o meno aperti nella loro struttura, hanno una discriminante importantissima che è data dal poter contare su sostanziali controlli, dalla concreta possibilità di produrre una rendicontazione veritiera dei risultati raggiunti. Completezza di analisi ci porta a considerare che, in una situazione di crisi congiunturale come quella che stiamo vivendo, oltre ad essere in crisi i modelli di governo societario, sono in crisi anche le regole di mercato, tra cui quelle che guidano le aziende nella formulazione della propria informativa contabile.
Sta infatti nascendo un enorme problema contabile per le aziende bancarie, per le quali si auspicano ricapitalizzazioni; molti asset presenti nel portafoglio delle banche sono diventati illiquidi per le estreme difficoltà di negoziazzione presenti in questi giorni sui mercati. Per questi asset applicare il criterio di valutazione market to market equivarrebbe a zavorrare queste aziende ulteriormente. Ex post, a fronte di svalutazioni, potremmo dire dolorose, e ricapitalizzazioni necessarie per riportare i bilanci ad un core Tier 1 (rapporto tra patrimonio e impieghi) a valori almeno pari al 4% (soglia d’allarme per gli Organi di Vigilanza), questo problema risulta chiaramente sentito da tutti i sistemi di governance (a prescindere dai diversi assetti).
Ma vero è anche che su questo aspetto i modelli di governance possono ben poco; sarà necessario invece un intervento degli organismi di vigilanza (almeno di endorcement) se non una rivisitazione degli stessi principi contabili emanati dallo Iasb. Forse dovrebbero essere riviste le modalità di classificazione degli strumenti finanziari e il relativo trattamento contabile. Certo è che il passaggio degli strumenti in bilancio da una classe all’alltra (da trading a strumenti da tenere fino a scadenza - heald to maturity - o alle altre situazioni intermedie) come al solito, coinvolgerà il management che sarà tenuto ad una certa discrezionalità, anche se sono ancora aperte tutta una serie di proposte, tutte da definire. Certamente, a quel punto, la discrezionalità del management sarà più o meno ampia a seconda del modello di governance scelto e adottato, che come visto in precedenza terrà conto degli interessi ritenuti rilevanti.
A cura di dott. Fabrizio Paventi, dott. Stefano Tezzon
Rischio di cambio e cambi incrociati
Vi siete mai posti il problema della valuta di riferimento, quando volete sottoscrivere prodotti finanziari?
Credo proprio di si, anche perchè attorno a tale argomento in molti perdono di vista un aspetto molto importante: ai fini del rischio di cambio non è la valuta del prodotto che si sottoscrive a determinare il rischio corrispondente, ma è il mercato di riferimento su cui si va ad investire o il titolo che viene acquistato, a determinarlo.
Quindi se un fondo d’investimento o il comparto di una Sicav è in dollari e il mercato di riferimento è il Giappone, niente di più facile che se non si conosce la “teoria dei cambi incrociati” si è convinti di essere esposti al dollaro.
Questo perchè vale la seguente, semplice relazione, la cosiddetta
TEORIA DEI CAMBI INCROCIATI:
EUR/US x US/YEN = EUR/YEN
Il rischio di cambio sopportato è con lo yen ed è questi che dovremmo monitorare o avere presente per il nostro investimento. Nei due rapporti riportati sopra il dollaro (US), a denominatore della prima frazione e a numeratore della seconda, si annullano a vicenda, per cui il rapporto di cambio è euro su yen.
Euribor in tensione
Ultimamente molti si chiedono il motivo per cui l’Euribor è così alto.
In effetti, ormai tutti sappiamo che ci sono tensioni sui tassi interbancari, proprio a causa della crisi del credito a livello mondiale. In poche parole si è ridotta la disponibilità degli Istituti di credito a prestare denaro.
Questo fenomeno si è ripercosso anche sui prestiti interbancari di breve termine. Dato che l’Euribor è lindice che racchiude il costo che le banche primarie pagano per prestarsi denaro, il risultato di queste tensioni è che l’Euribor ha superato il tasso di riferimento della BCE.

Per cercare di correggere questa anomalia, la BCE ha deciso che dal febbraio 2009 i requisiti necessari a garantire i prestiti concessi dalle Banche europee dovranno essere più restrittivi; lo scopo sarà in pratica di fare in modo che i finanziamenti di breve termine della Banca Centrale non devono sostituire quelli di lungo termine. Ebbene, questo contesto obbligherà aumenti di capitale o vendite di obbligazioni di lungo termine, quindi assisteremo con molta probabilità al perdurare di tensioni sul mercato monetario.
Trust how to
A proposito del Trust, riprendo un articolo già pubblicato qualche tempo fa, con l’unico scopo di fare qualche ulteriore precisazione.
Come concetto di base, il Trust costruisce uno sdoppiamento vero e proprio tra il trustee che ne assume la proprietà formale, amministra il bene ed i beneficiari. Nel nostro diritto non c’è una disciplina specifica, ma con la ratifica della convenzione dell’Aja del 1985, il Trust che viene costituito in altri Paesi è riconosciuto in Italia; formalmente è stato introdotto dal 1992.
Con il Trust, si realizzano in sostanza:
- un vincolo di destinazione a vantaggio dei beneficiari, così come voluto dal disponente (settlor) che sceglie il Trust per l’amministrazione del bene
- un vincolo di separazione, tra il trustee, che lo amministra ed i beneficiari stessi.
In tal modo questo istituto giuridico è molto più elastico rispetto ad altre soluzioni ed ha il vantaggio di poter gestire perfettamente il fattore tempo, in quanto il vincolo di destinazione prevale sulle vicende personali del titolare del bene.
Ad esempio per paragonare il Trust alla Fiduciaria, si realizza non una scissione solo apparente del bene da chi ne dispone prima di porlo in essere, ma l’atto costitutivo del Trust dispone che la proprietà sostanziale del bene non rimane in capo al fiduciante che continua a disporre dei relativi proventi, per passare al trustee; oppure non ha come unico scopo mantenere l’anonimato sull’identità verso i terzi, ma stabilisce per il bene un vero e proprio scopo, tale da sottrarlo ai creditori personali.
Tra i numerosi utilizzi, sicuramente il più frequente è la pianificazione successoria del de cuius che vuole proteggere il bene dai suoi creditori (tranne i casi di frode); allo stesso modo sono sottratti da quelli dei beneficiari fino alla distribuzione del bene a gli stessi; si adatta inoltre perfettamente anche a costituire un fondo destinato alla cura di una persona designata o per garantire una rendita in caso di non autosufficienza della stessa. Per non parlare dei casi di successione d’azienda, in campo societario.
Valgono le riflessioni fatte nel precedente articolo riguardo la scelta della legislazione da adottare per il conseguente trattamento fiscale e la presenza di eventuali trattati presenti contro le doppie imposizioni tra il nostro Paese e quello in cui il Trust viene costituito.
Spettatori e attori di “bolle”
Mi ricollego al caso cinese, quello della quotazione delle aziende con azioni di classe A, riservata al mercato interno e una classe B per la comunità finanziaria internazionale. Questo è proprio un caso in cui alcuni studiosi parlano di “bolle”, ma non solo in questo.
Una teoria di Xiong, Scheinkman (per nostra curiosità, assunto da Bernake nel 1999, proveniente dall’Università di Chicago) e Hong ci spiega come nei mercati in cui c’è disaccordo sui prezzi, finiscono per dominare sempre gli ottimisti; infatti nel caso cinese, le aziende che hanno azioni di classe A in quantità bassa, tendono ad avere prezzi più alti e volumi maggiori.
Le “bolle” speculative si vengo a creare proprio quando gli investitori si trovano in profondo disaccordo, magari su un importante sviluppo, come lo è stato ad esempio anche con quello di internet con le dot com.
Questo fenomeno si caratterizza per un aumento degli scambi in cui i rialzisti prevalgono ed è quindi più complicato scommettere su un ribasso dei prezzi. Si arriva però fino al punto in cui a gli ottimisti si sostituiscono i pessimisti che erano rimasti in disparte e così inizia la discesa, spesso accelerata dagli speculatori, che hanno necessità di rientrare del debito.
Durante la fase di crescita un illustre banchiere come Greenspan ha parlato nel 1996 di “esuberanza irrazionale”, ma rimane sempre attuale quanto il famosissimo economista John Maynard Keynes ebbe modo di affermare: “i mercati possono rimanere irrazionali più a lungo di quanto tu possa rimanere liquido”.
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Guardare un listino di Borsa non è cosa facile, meglio stare attenti. Più che seguire un sentito dire, di un nostro amico, lo pseudo “sapientone” in ufficio, meglio andare oltre …











